Chi salva chi? La riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità.

Mentre in Italia si discute alacremente di zerovirgola (sui giornali) e documenti ONU (sui social), a Bruxelles – tra il 13 e il 14 dicembre – si è tenuto un Consiglio (principale organo decisione della UE, cui partecipano i ministri dei governi di ciascuno Stato membro) le cui Conclusioni finali paiono piuttosto significative.

Nel documento, in vista della scoppola elettorale che i partiti tradizionali prenderanno il prossimo maggio, si auspica che – prima di quella data – sia approvato “il maggior numero possibile di proposte in sospeso pertinenti per il mercato unico” (con un occhio di riguardo per “la trasformazione digitale, compresa l’intelligenza artificiale” e per “la crescita dell’economia basata sui dati e sui servizi”, sia mai che le persone siano controllate troppo poco). Si interessa anche di migrazioni, ovviamente, per lo più utilizzando l’argomento come grimaldello per il “rafforzamento del mandato della guardia di frontiera e costiera europea nel settore dei rimpatri e della cooperazione con i paesi terzi” e per giungere alla conclusione dei “negoziati sulla direttiva rimpatri, sull’Agenzia dell’UE per l’asilo e su tutte le parti del sistema europeo comune di asilo”. A livello di politica estera, si straccia le vesti per il comportamento della Russia in merito alla questione dello Stretto di Kerč’, mentre “si compiace vivamente” dell’accordo economico fra UE e Giappone. Infine, una paginetta di smargiassate sulla Brexit (l’accordo “non è rinegoziabile”).

Assai più preoccupante è il paragrafo relativo alla “sicurezza e difesa” (che sarà certamente il tema fondamentale dei prossimi anni di dominio UE su Stati membri sempre più euroscettici; in periodi di guerra il Tesoro si porta sull’Acropoli della città e gli alleati recalcitranti si rimettono a posto anche con le cattive). Il Consiglio “si compiace” dei progressi nel campo dell’attuazione della cooperazione strutturata permanente (c.d. PESCO) e del programma europeo di sviluppo del settore industriale della difesa, nonché del  patto sulla dimensione civile della PSDC (per una analisi sulle “missioni civili” della UE, si veda questo dossier); ma a fianco della guerra guerreggiata riconosce la sempre maggiore importanza delle operazioni di propaganda: pertanto, “sottolinea la necessità di una risposta decisa [alle c.d. fake news] che affronti la dimensione interna e quella esterna e che sia globale, coordinata e dotata di risorse adeguate” e permetta un “intervento rapido e decisivo, a livello sia europeo sia nazionale, per assicurare elezioni europee e nazionali libere e regolari”.

Tuttavia, nel breve periodo, le decisioni più importanti riguardano sempre il settore economico-finanziario dell’Area Euro e ruotano intorno alla modifica della missione e del funzionamento del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Ora il MES, per chi non lo sapesse, è quel Fondo, utilizzato nei famigerati salvataggi di Grecia, Portogallo e Irlanda, a suo tempo costituito non nel quadro dei Trattati UE, bensì attraverso la sottoscrizione di un Trattato internazionale autonomo (come il Fiscal Compact), che – fino ad ora – presta(va) con condizionalità (cioè riforme strutturali e tagli allo stato sociale) soldi ai Paesi in difficoltà sotto il controllo strettissimo della Troika e che, per il futuro, presterà i medesimi soldi anche a Paesi con i “conti in ordine” (si vedrà in che senso) ma sottoposti a perturbazioni economiche o finanziarie. Con un paio di conferme, comunque: che i soldi sono sempre i nostri (ad oggi una quindicina di miliardi oltre le garanzie) e che i beneficiari, più o meno diretti, sono sempre gli Istituti di credito tedeschi e francesi (che nel 2011 avevano esposizioni verso la Grecia di quasi 100 miliardi, per dire).

Tanto per iniziare, il “nuovo” MES (ove ricorrano alcune condizioni, da valutare nel 2020 (!)) avrà funzione di backstop rispetto alle crisi bancarie che non possono essere coperte con il solo ricorso alle risorse proprie del Fondo di risoluzione unico (FRS, una specie di Fondo Interbancario dei Depositi a livello europeo): in caso di necessità, infatti, il Meccanismo Europeo di Stabilità – con decisione discrezionale e unanime del C.d.A. – potrà offrire al FRS (in relazione a qualsiasi operazione di competenza del FRS) linee di credito rotative di durata triennale o quinquennale, con un tasso di interesse predeterminato. Bene ma non benissimo, direbbe un lieto ritornello che non c’entra un cazzo ma che piace ai giovani: questa decisione di fatto crea un meccanismo completamente differente (e molto più oneroso ed arbitrario) rispetto all’EDIS, forma di co-assicurazione che avrebbe dovuto completare – stabilizzandola – l’Unione Bancaria, funzionando automaticamente in caso di crisi di una più banche nazionali, e che ora (alla vigilia della terza recessione in dieci anni e di una crisi finanziaria da far impallidire il 2008) rischia di tramontare per sempre.

Inoltre, alcuni strumenti a disposizione del Meccanismo (linee di credito – diverse a seconda che il Paese richiedente rispetti o meno le regole sul debito e sul deficit del TFUE – concesse, a seguito di Accordo preventivo, a Paesi in buona situazione economica e finanziaria volte a prevenire situazioni di crisi che potrebbero comportare difficoltà a reperire fondi nei mercati dei capitali) saranno resi più facilmente accessibili sopratutto in termini procedurali, ma resteranno comunque limitati a “Paesi con buoni fondamentali economici, che potrebbero essere influenzati da shock negativi al di fuori del loro controllo”.

Che significa? Fondamentale due cose. Prima facie, non pare fuori luogo leggere in queste parole la preoccupazione della Germania per il forte rallentamento della crescita mondiale, che si ripercuote in modo significativo su un’economia mercantilisticamente votata all’export, nonché la necessità, per quel Paese, di dotarsi in tempi stretti di strumenti concreti per rispondere a una crisi bancaria che pare ormai inevitabile (non potendo certamente bastare la foglia di fico della prospettata fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank). Come estremo paradosso, è dunque probabile che da qui a un anno saremo noi a salvare la Germania.

Ma vi è anche un secondo punto, ancora più insidioso: è evidente infatti non solo il tentativo di segmentare ulteriormente il rischio finanziario in Europa attraverso il ritorno a una gestione maggiormente “intergovernativa” della politica economica e finanziarie dell’UE (si ricorderà il non-paper di Schäuble di un annetto fa, in aperto contrasto con l’idea di Macron di un significativo ampliamento del budget dell’UE  avente finalità di stabilizzazione dell’Area Euro), ma anche e soprattutto di introdurre una specie di bail-in dei Titoli di Stato. Se il MES potrà essere attivato soltanto dagli Stati con i “conti in ordine”, gli Stati che non rispettano i requisiti del Fondo dovranno (prima di ricevere il necessario sostegno) ristrutturare il loro debito, anche mediante un haircut del nominale delle obbligazioni emesse. Ed è in quest’ottica che deve essere letta l’affermazione del Consiglio secondo cui vi sarebbe “ampio sostegno [che, speriamo, non sia sinonimo di unanimità, N.d.R.] alla necessità di migliorare il quadro esistente per promuovere la sostenibilità del debito nell’area dell’Euro” attraverso l’introduzione, nelle nuove emissioni di Titoli di Stato a partire dal 2022, di clausole di azione collettiva (CACs) c.d. single limb.

Le CACs (introdotte appunto col MES e in Italia con D.M. del Mef n. 96717 del 7 dicembre 2012) sono clausole, previste per tutte le emissioni di Titoli di Stato (esclusi i BOT), ai sensi delle quali una maggioranza qualificata di investitori in obbligazioni (di norma, il 75% del controvalore dell’emissione) può modificare i termini di pagamento di un titolo (data di stacco delle cedole e loro ammontare, data e prezzo di rimborso, cambio della valuta, seniority, ecc.), in maniera giuridicamente vincolante per tutti i detentori del titolo stesso, in modo da facilitare una ristrutturazione ordinata del debito. Va da sé che tali clausole (senza voler entrare qui nella questione del rapporto fra disposizioni regolamentari aventi fondamento in un Trattato internazionale e norme di legge ordinaria, in particolare l’art. 1277, c.c., relativo alla c.d. lex monetae) vanno lette al contrario, nel senso di non permettere allo Stato di modificare le condizioni di una propria emissione senza il consenso di una maggioranza qualificata. La clausola single limb semplifica il procedimento, perché non richiede il raggiungimento dei quorum previsti dalle CACs in tante assemblee quante sono le emissioni, ma soltanto in una, unitaria.

I gravissimi rischi insiti in una riforma di questo genere non possono essere sottovalutati. In primo luogo, produrrebbe – come accennato – una segmentazione ulteriore del mercato, peggiorandone la liquidità (con conseguente aumento degli spread); secondariamente, segnalerebbe una probabilità più elevata di incorrere in una ristrutturazione, innalzando la percezione di rischio per i bond sovrani europei, soprattutto di quei Paesi con più elevato rapporto tra debito e PIL; infine, in un mercato pulviscolare come quello dei Titoli di Stato italiani finirebbe per rappresentare de facto, come già detto sopra, una specie di bail-in delle finanze pubbliche, qualora la ristrutturazione non derivasse da una strategia politica (uscita volontaria dall’Euro), ma da un diktat della Troika, in caso di richiesta di aiuti al MES. Notare che, in quest’ultimo caso, si incorrerebbe nel rischio di violazione dell’art. 47, Cost., è – allo stato attuale della giurisprudenza della Corte Costituzionale e del tetragono europeismo del Presidente della Repubblica – una pura petizione di principio.

Ricapitoliamo. Con una possibile recessione globale alle porte, l’UE individua il sistema di backstop in caso di crisi bancaria in un Fondo intergovernativo, il MES, il quale potrà funzionare appieno soltanto nei confronti di Stati che rispettano i vincoli di bilancio dei Trattati e previa ulteriore frammentazione del rischio del debito sovrano nell’Unione; le condizionalità del MES e la frammentazione di tale rischio comporteranno un generale peggioramento delle finanze statali, in particole di quelle dei Paesi con un elevato rapporto fra debito e PIL; questo peggioramento renderà più frequente il ricorso al MES (cioè alla Troika), il quale – tuttavia – si potrà attivare solo previa ristrutturazione del debito di quello stesso Stato (su interessato consiglio del FMI); la ristrutturazione (o il rischio di ristrutturazione) del debito dello Stato ridurrà la profondità de mercato e peggiorerà gli spread creditizi; e così via ripartendo dalla casella n. 1.

In tutto questo, anche il Parlamento ci mette del proprio. Mentre le cessioni degli Npl delle banche continuano a rotta di collo, oltre che a prezzi stracciati, ha infatti trovato col Consiglio un accordo politico sulle norme prudenziali in tema di crediti deteriorati e inadempienze probabili (c.d. UTP, unlikely to pay). I prestiti di nuova emissione saranno catalogati come deteriorati quando siano passati 90 giorni di sforamento su pagamenti o interessi da parte del debitore; in quel caso, la banca provvederà alle necessarie coperture secondo uno schema temporale predeterminato (tre anni per i prestiti che non hanno collaterale, dai sette ai novi anni per quelli garantiti, in base al tipo di collaterale). Certamente una normativa edulcorata rispetto a quella dello scorso marzo, ma che comunque peserà sui bilanci dei nostri Istituti di credito, già provati dalla crisi economica, dai tassi a zero, dall’incertezza della clientela a seguito della sciagurata introduzione del bail-in. E che, in caso di difficoltà anche solo temporanea, potrebbero essere esposti anche al rischio di “corsa agli sportelli”, se solo fossero approvate le proposte di modifica della direttiva BRRD che vanno nel senso di bloccare preventivamente i conti correnti aperti presso banche non ancora in risoluzione, ma che abbiano necessità di diverse forme di aiuto.

Che si tratti di temi fondamentali, lo dimostra il silenzio di giornali e televisioni.

Ero Stato Costituzionale

La Costituzione Italiana, quella del 1948, disegna una Repubblica basata sulla sovranità popolare, sul principio lavoristico, sui diritti sociali. I Trattati UE – il Trattato di Roma e il Trattato di Maastricht – impongono uno spazio politico e economico comune basato su una “economia sociale di mercato fortemente competitiva”.

I due sistemi – come dimostrato ripetutamente da Barra Caracciolo, Bagnai, Giacché, e altri – sono inconciliabili; così che la lettura della Costituzione alla luce dei Trattati, tipica della prassi di diversi organi costituzionali (il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale in primis), comporta un cedimento della prima a favore dei secondi.

Di questo, e di altro, abbiamo parlato con Antonello Zedda su Meglio di Niente Radio.