Poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo

I. Premessa

Mi rendo conto che, in una Repubblica democratica (cioè pluralista: Mortati, 1975), in cui sovranità e rappresentanza – concetti in passato distinti se non contrapposti – sono riportati a unità inscindibile ai sensi del primo articolo della Costituzione (Crisafulli, 1985; Olivetti, 2006), proposte di limitazione del suffragio universale non dovrebbero neppure essere discusse (in quanto letteralmente eversive della “forma repubblicana”, non riformabile ai sensi dell’art. 139, Cost.: Corte cost., 29 dicembre 1988, n. 1146; Preti, 1957; Salerno, 1990 in relazione agli artt. 56, c. 1, e 58 c. 1, Cost.; Rubechi, 2016) Eppure, ormai la finestra di Overton è stata aperta e, dunque, indagare cosa ci aspetta nel futuro prossimo potrebbe essere piuttosto utile.

Il punto di partenza è chiaro: l’élite europeista (con, ultimamente, forti venature filofrancesi) che ha governato l’Italia negli ultimi ventincinque anni ha smarrito la fiducia di larghi strati del corpo elettorale e, pertanto, pretende di riformarlo in modo da riguadagnare per legge ciò che ha perso nei fatti. Per fare questo, ha intravisto la possibilità di ridisegnare il “corpo elettorale”, la cui qualificazione come autonomo centro di imputazione di specifici rapporti giuridici di natura pubblicistica (Ferrari, 1965) permette – almeno in teoria – anche significative discrepanze rispetto al concetto di “popolo” (cui appartiene la sovranità). Ora, se l’operazione appare scientificamente povera (non essendo fondata su alcuna teoria giuridico-politica, ad esempio attraverso una rivitalizzazione del concetto di voto come sola “funzione”, anziché quale “diritto” preesistente allo Stato o, modernamente, come “diritto funzionale”: v. Pace, 2003; Lanchester, 1993; C. Cost. 14 dicembre 1990, n. 539), risulta tuttavia molto suggestiva perché si serve di tecniche di propaganda ben collaudate.

Il tema, prima addirittura impensabile, è buttato sul terreno del dibattito politico – è “sdaganato”, si sarebbe detto una volta – da un intellettuale (cioè – segno dei tempi – da un guitto televisivo). Tutti si ricorderanno il mitologico tweet di Luca Bizzarri, che se la prendeva come una signora rea di aver scritto un tweet piuttosto pesante nei confronti del Presidente della Repubblica.

Dopodiché, è lasciato alle libere elucubrazioni di coloro che si riconoscono nella stessa parte politica del bizzarro Luca, i quali – nutriti del tipico complesso di superiorità proprio di chi vota il partito giusto, e morte al volgo rozzo e leghista! – lo portano alle ultime conseguenze, lo esasperano, lo rendono talmente estremo da permettere a chi mena il gioco di recuperarlo in senso “moderato”.

Questa sconcezza – assolutamente incostituzionale (C. Cost., 4 aprile 1996, n. 107 sul divieto di voto multiplo o ponderato) e già criticata nell’epoca dello Stato liberale (cfr. Trucco, 2011) – è stata oggetto di apprezzamento da quasi 12.500 utenti di Twitter: per dire che, insomma, l’indicibile sta diventando normalità (fuoriesce dal tema di questo intervento interrogarsi quali meccanismo logici facciano pensare una persona che la conoscenza di lingue straniere possa rendere cittadini migliori).

Ma c’è un’altro modo di presentare la stessa questione, più insidioso; quello che potremmo definire della “patente di voto” (qui sotto un tweet a caso tra i mille – ivi compreso quello di Farinetti – che avrei potuto prendere ad esempio).

 

Va da sé che anche l’idea di un esame propedeutico all’esercizio del diritto di voto è incompatibile con i primi due commi dell’art. 48, Cost. (“sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico“); tuttavia denuncia una pulsione profonda che – ben incanalata da chi ne abbia interesse – è funzionale alla “riscoperta” dell’ultimo comma del medesimo articolo (“il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge“).

II. L’art. 48, ultimo comma, Cost. oggi

La disposizione – che rappresenta la maggiore emergenza, nel nostro sistema costituzionale, del già citato orientamento secondo cui il diritto di voto avrebbe principalmente natura funzionale – ha una genesi alquanto peculiare. La formulazione fu infatti inserita direttamente in assemblea, dopo che in commissione si era respinta (in particolare, per l’opposizione dei comunisti e, curiosamente, dei liberali di Einaudi, contro l’opinione di Mortati e, in particolare, di Tosato: Bruno, 1981) l’introduzione di un eventuale requisito di “capacità sociale”, volto ad includere nel corpo elettorale solo coloro che avessero dimostrato interesse e capacità nella gestione della cosa pubblica.

Non importa dire che si tratta di norma di stretta intepretazione (“non può.. se non…”: cfr. Cass., n. 4430/1979) e che la riserva di legge è assoluta e rinforzata (Martines, 1984). Venuto storicamente meno il limite dell’incapacità civile (Furlan, 2008), anche i casi di interdizione dei diritti politici a seguito di sentenza penale si sono ridotti nel numero e sono stati oggetto di severi interventi procedurali da parte della Corte di Strasburgo ai sensi dell’art. 3, Protocollo I, Cedu (Scoppola c. Italia, 18 gennaio 2011; nota di Colella qui). Corte di Strasburgo che ha poi tolto di mezzo anche la principale ipotesi di “indegnità morale”, cioè il caso fallimento (Albanese c. Italia, 23 marzo 2006), sottolineando come la deprivazione del diritto di voto sia una sanzione accessoria ragionevole in materia penale, ma non in materia civile.

Ad oggi dunque, la c.d. “indegnità morale” si applica soltanto ai sottoposti a misure di prevenzione di sorveglianza speciale della pubblica sicurezza, in sostanza ai mafiosi e ai terroristi; ed è giusto, perché chi non riconosce l’autorità di uno Stato neppure deve poter esprimere l’indirizzo politico di quello Stato.

III. L’art. 48, ultimo comma, Cost. domani?

Fin qui tutto bene. Ma ciò che tranquillizza oggi potrebbe inquietare domani, soprattutto ove si consideri che la Suprema Corte, con sentenza molto risalente ed altrettanto poco saggia, ha rinvenuto nella “indegnità morale” un concetto metagiuridico che ai fini intepretativi deve essere ricondotto al significato comunemente attribuito alla locuzione in un determinato momento storico (Cass., 1547/1958; Rubechi, 2016).

OBJ107936845_1Detto in altri termini: chi vuole espellere dal corpo elettorale coloro che votano per partiti poco o punto allineati, potrebbe avere la tentazione di forzare – per via normativa – la “morale” corrente, mettendo “fuori legge” il programma di quei partiti e tacciandoli di mancanza di senso etico, di asocialità, di “odio”. In effetti, se “odiare” è moralmente indegno all’interno di una società “inclusiva”, se “restare umani” è un prerequisito per dirsi non soltanto cittadini ma addirittura (per l’appunto) uomini, una disposizione che sanziona di “indegnità morale” coloro che per quei partiti fanno propaganda inizierebbe ad essere pensabile.

Chiedersi se la Commissione Segre (la cui mozione istitutiva è leggibile qui) sia il primo timido passo in questa direzione non mi pare del tutto peregrino. Certamente ci vorranno provvedimenti ulteriori, volti a comprendere i “discorsi di odio” fra le fattispecie penalmente rilevanti; certamente la Costituzione ha anticorpi importanti contro derive volte all’incriminazione per mere opinioni (in particolare, l’art. 21, Cost., relativo alla libertà di opinione, e l’art. 25, Cost., che sancisce il c.d. “principio di offensività”: Nardi, 2016, n. a Trib. Torino, 19 ottobre 2015 sul noto caso che ha coinvolto Erri De Luca). Ma, insomma, la strada pare tracciata, magari non a partire dalla vecchia distinzione dottrinale fra “pensiero statico” e “pensiero dinamico” (v., criticamente, Fiore, 1972), bensì approfondendo vieppiù il “principio del bilanciamento degli interessi”, spesso utilizzato dalla Corte costituzionale per giustificare la compressione della libertà di espressione a favore di “altri limiti – impliciti – dipendenti dalla necessità di tutelare beni… parimenti garantiti dalla Costituzione” (C. Cost., 30 gennaio 1974, n. 20; Pelissero, 2015; Alesiani, 2006).

Nella mozione si mescolano, forse strumentalmente, “parole, atti, gesti e comportamenti offensivi e di disprezzo di persone o di gruppi [che] assumono la forma di un incitamento all’odio, in particolare verso le minoranze“, cioè fattispecie già penalmente rilevanti, e mere manifestazioni del pensiero che (secondo la stessa mozione) “non sempre sono perseguibili sul piano penale” ma “comunque costituirebbero un pericolo per la democrazia e la convivenza civile“. Si fa riferimento alla “raccomandazione n. (97) 20 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa del 30 ottobre 1997“, in cui “il termine [hate speech] copre tutte le forme di incitamento o giustificazione dell’odio razziale, xenofobia, antisemitismo, antislamismo, antigitanismo, discriminazione verso minoranze [ivi comprese quelle GLBT, N.d.R.] e immigrati sorrette da etnocentrismo o nazionalismo aggressivo“. Si istituisce una Commissione che ha, fra l’altro, compiti di “iniziativa [anche mediante l’elaborazione o l’attuazione di proposte legislative] per l’indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base di alcune caratteristiche quali l’etnia, la religione, la provenienza, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o di altre particolari condizioni fisiche o psichiche“, nonché – ci mancherebbe altro! – possibilità di “formulare osservazioni e proposte sugli effetti, sui limiti e sull’eventuale necessità di adeguamento della legislazione vigente al fine di assicurarne la rispondenza alla normativa dell’Unione europea e ai diritti previsti dalle convenzioni internazionali in materia di prevenzione e di lotta contro ogni forma di odio, intolleranza, razzismo e antisemitismo“.

Ad ogni modo, in attesa di sviluppi normativi, si inizia con forme soft di censura: “la Commissione può segnalare agli organi di stampa ed ai gestori dei siti internet casi di fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base di alcune caratteristiche, quali l’etnia, la religione, la provenienza, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o di altre particolari condizioni fisiche o psichiche, richiedendo la rimozione dal web dei relativi contenuti ovvero la loro deindicizzazione dai motori di ricerca“.

IV. L’allargamento del corpo elettorale

Ma le élite transnazionali che hanno a cuore la conservazione dello status quo non intendono modificare il corpo elettorale solo per sottrazione (degli “odiatori”, così come dei “vecchi”) ma anche per addizione di nuovi gruppi. Considerando che il corpo elettorale si distingue, di fatto, dal popolo per due requisiti – capacità di agire e cittadinanza (Pitruzzella, 1989) – le due direttrici su cui agire sono praticamente obbligate: l’estensione del voto ai minori (ultrasedicenni) e agli stranieri.

Se la prima strada è resa difficile dal collegamento – di cui al primo comma dell’art. 48, Cost. – fra diritto di voto attivo e maggiore età, la seconda potrebbe essere meno impervia di quanto si creda (e senza necessariamente passare per provvedimento di estensione della cittadinanza, tipo ius soli o ius culturae). In effetti, nonostante la posizione contraria della dottrina dominante (Romboli, 1991; Lanchester, 1993; Chiara, 2004; Giupponi, 2004), “una parte significativa della dottrina ha tentato di superare l’approccio legato al tenore testuale delle disposizioni…” ritenendo che “il solo diritto costituzionalmente tutelato sia quello riconosciuto ai cittadini“, ma che, comunque, “nulla vieti che la legge, atto principale attraverso cui la sovranità popolaresi esprime, possa estendere il concetto di comunità politica” con un semplice intervento di fonte primaria (cioè la legge elettorale: così Rubechi , 2016, che rimanda a Luciani, 1992; Melica, 1996; Pace, 2003).

La Corte Costituzionale – che peraltro ha una tradizione in tema di ampliamento delle garanzie per i cittadini anche agli stranieri (C. Cost. 26 giugno 1969, n. 104; C. Cost. 18 luglio 1986, n. 199; Sicardi, 1996) – non si è ancora pronunciata sulla questione, ma lo spiraglio lasciato aperto con le sentenze n. 372 e n. 379 del 2004 relativamente ai referendum regionali (commenti qui; v. anche Morrone, 2005) non lasciano del tutto tranquilli sugli sviluppi futuri (da questo punto di vista, pare più “conservatrice” la Corte di Giustizia UE: Pancallo, 2017). Ammesso che già questo non sia un pensiero d’odio.

 

Alesiani (2006), I reati di opinione – una rilettura in chiave costituzionale, Milano, 2006.

Bruno (1981)Il problema del governo alla Costituente: il contributo di Egidio Tosato, in Il Politico, 46, 1/2, marzo-giugno 1981, 127 ss.

Chiara (2004)Titolarità del voto e fondamenti costituzionali di libertà e uguaglianza, Milano, 2004.

Crisafulli (1985)La sovranità popolare nella Costituzione italiana (note preliminari), in Id., Stato popolo governo, Milano, 1985.

Ferrari (1965), Elezioni (teoria generale), in Enciclopedia del diritto, XIV, Milano, 1965

Fiore (1972)I reati di opinione, Padova, 1972.

Furlan (2008)Articolo 48, in Bartole-Bin, Commentario breve alla Costituzione, Padova, 2008, 484 ss.

Giupponi (2004)Il diritto di voto agli stranieri extracomunitari, profili problematici, in Vignudelli (a cura di), Istituzioni e dinamiche del diritto – multiculturalismo, comunicazione, federalismo, Torino, 2004, 107 ss..

Lanchester (1993)Voto: diritto di (dir.pubbl.), in Enciclopedia del diritto, XLVI, Milano, 1993, 1116 ss.

Luciani (1992)Cittadini e stranieri come titolari dei diritti fondamentali. L’esperienza italiana, in Rivista critica di diritto privato, 2, 1992.

Martines (1984)Articoli 56-58, in Branca, Commentario alla Costituzione, Bologna-Roma, 1984.

Melica (1996)Lo stranieri extracomunitario. Valori costituzionali e identità culturali, Torino, 1996.

Morrone (2005), Il Diritto Regionale nella giurisprudenza e nelle fonti, Padova, 2005.

Mortati (1975)Principi fondamentali: art. 1, in Branca, Commentario alla Costituzione, I, Artt. 1-12: principi fondamentali, Bologna-Roma, 1975.

Nardi (2016), Quando “la parola contraria” è ritenuta penalmente irrilevante, in Dir. Pen. e Processo, 2016, 9, 1217 (nota a sentenza).

Olivetti (2006)Articolo 1, in Bifulco-Celotto-Olivetti, Commentario alla Costituzione, Torino, 2006.

Pace (2003)Problematica delle libertà costituzionali: parte generale, Padova. 2003.

Pancallo (2017), οι βάρβαροι: uguaglianza, dignità e tutela della persona?, in Nuova Giur. Civ., 2017, 10, 1416 ss..

Pelissero (2015), La parola pericolosa. Il confine incerto del controllo penale del dissenso, in Questione giustizia, 4/2015, 37 ss..

Preti (1957)Diritto elettorale politico, Milano, 1957.

Romboli (1991)Popolo, in Enciclopedia giuridica, XXIII, Roma, 1991.

Rubechi (2016)Il diritto di voto – profili costituzionali e prospettive evolutive, Torino, 2016.

Salerno (1990)Articolo 56, in Crisafulli-Paladin, Commentario breve alla Costituzione, Padova, 1990, 363 ss.

Sicardi (1996), L’immigrato e la Costituzione. Note sulla dottrina e sulla giurisprudenza costituzionale, in Giur. It., 1996, 10 ss..

Trucco (2011)Democrazie elettorali e stato costituzionale, Torino, 2011.

La Corte Costituzionale che si fa legislatore: il caso Cappato (di Valerio Donato)

Pubblico con estremo piacere un intervento di Valerio Donato, avvocato piemontese che ha più volte collaborato a questo blog, sulla sentenza della Corte Costituzionale in materia di suicidio assistito. Non aggiungo nulla, perché nulla c’è da aggiungere a un testo condivisibile in ogni riga.

La Sentenza della Corte Costituzionale sul caso Cappato, di cui si attendono ancora le motivazioni, non stupisce in quanto era stata annunciata dalla stessa Consulta nell’Ordinanza n. 207/18 (commentata qui).

Si tratta di una inconsueta decisione “additiva di principio / additiva”.

Con sentenza additiva si intende quella pronuncia con la quale si dichiara l’incostituzionalità nella norma censurata “nella parte in cui non prevede qualcosa”. Il Giudice delle leggi, per non creare un vuoto legislativo, si sostituisce, in buona sostanza al legislatore, e riscrive la legge aggiungendo quello che dovrebbe esserci.

Considerato che le leggi sono di esclusiva spettanza del Parlamento, nel tempo la Corte ha sempre fatto un uso prudente di tale tipologia di decisione, ricorrendo piuttosto alle sentenze additive di principio dove la norma censurata rimane in vigore nell’attesa che il legislatore integri la norma con il principio aggiunto dalla Corte stessa.

In questo caso più unico che raro la Corte con l’ordinanza 207 del 16 novembre 2018, pur sottolineando che l’incriminazione dell’aiuto al suicidio non sia incompatibile con la Costituzione, ha statuito che entro certi limiti la condotta non debba essere punibile, ma invece di limitarsi a specificare detti limiti (ovvero di aggiungerli all’art. 580 c.p.) ha demandato al Parlamento di farlo entro il giorno 24 settembre 2019, allorquando ha pronunciato il dispositivo in esame.

In questa sede non ci si vuole soffermare sul merito del decisum che, prendendo a parametro la legge 22 dicembre 2017, n. 219, secondo cui chi è mantenuto in vita da un trattamento di sostegno artificiale ha diritto di terminare passivamente la propria esistenza interrompendo tale trattamento, ne stravolge completamente il precetto, stabilendo che deve essere concesso al medesimo soggetto malato il diritto di porre termine alla propria esistenza anche con l’aiuto fattivo di altri. Si vuole piuttosto analizzare il metodo utilizzato dalla Corte per raggiungere tale risultato.

Anche se la depenalizzazione dell’aiuto al suicidio (limitatamente a quello delle persone giudicate meritevoli di morire secondo i criteri che la Corte preciserà nel riscrivendo art. 580 c.p.) appare sconsigliabile in un’epoca in cui da più parti viene detto che la vita umana può essere antieconomica o, addirittura, dannosa per l’ambiente e in cui si impongono trattamenti sanitari di massa per non ben precisate ragione di salute collettiva, si rileva come il tema sia eticamente divisivo.

Si vuole però stigmatizzare il procedimento utilizzato.

In passato, infatti, le Sentenze additive sono state utilizzate per regolare chiare situazioni di trattamento diseguale di situazioni uguali laddove il Legislatore nello scrivere una norma giusta si è dimenticato di ricomprendervi tutti i casi.

Come esempio significativo si può senz’altro prendere l’articolo 34 del codice di procedura penale, che disciplina i casi di incompatibilità del Giudice, colpito da una miriade di aggiunte fatte negli anni dalla Corte Costituzionale per ricomprendervi tutti i casi che il legislatore non era riuscito a contemplare.

Pacificamente si è sempre ritenuto che la Corte Costituzionale nel manipolare disposizioni di legge debba attenersi strettamente alla Costituzione facendole dire quello che già dice operando cioè “a rime obbligate” (Crisafulli). Quando ciò non è possibile, come già detto sopra, si impone una sentenza additiva di principio dove la Corte si limita ad enunciare quello legge dovrebbe dire senza però manipolarla.

Nella specie, invero, la stessa Corte ha riconosciuto che “i delicati bilanciamenti ora indicati restano affidati, in linea di principio, al Parlamento, il compito naturale di questa Corte essendo quello di verificare la compatibilità di scelte già compiute dal legislatore, nell’esercizio della propria discrezionalità politica, con i limiti dettati dalle esigenze di rispetto dei principi costituzionali e dei diritti fondamentali delle persone coinvolti”. Tuttavia ha ritenuto “di dover provvedere in diverso modo, facendo leva sui propri poteri di gestione del processo costituzionale: ossia di disporre il rinvio del giudizio in corso, fissando una nuova discussione delle questioni di legittimità costituzionale all’udienza del 24 settembre 2019, in esito alla quale potrà essere valutata l’eventuale sopravvenienza di una legge che regoli la materia in conformità alle segnalate esigenze di tutela”.

Stravagante poi appare il richiamo a due precedenti esteri delle Corti Supreme di Canada (Paese con costituzione aperta e non rigida come quella italiana) e Regno Unito (che non ha nemmeno una costituzione scritta).

In sostanza, per contro, la Corte pur enunciando il principio mancante e demandando al legislatore di provvedere ha imposto un abnorme limite di tempo, con precisa scadenza temporale, sospendendo il giudizio e poi provvedendovi direttamente. Sennonché tale potere non è previsto da alcuna norma costituzionale e la procedura seguita appare, pertanto, non corretta in quanto, come espressamente riconosciuto dalla stessa Corte e come evidenziato sopra, invade la sfera legislativa.

La Costituzione verde (di rabbia)

Giuseppe Conte, oltre a tante altre cose, è stato anche socio di uno dei maggiori studi legali italiani e componente del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa; il diritto, dunque, lo conosce molto bene. Tuttavia, se a volte per convenienza politica si millanta di sapere ciò che si ignora, altre volte (fors’anche più frequenti?) per la medesima convenienza si finge di scordare ciò che si è appreso, facendosi trasportare sereni dalla corrente di pensiero unico del momento. Ecco allora che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, luogo fuori dal tempo e dallo spazio, oltre che dal principio di realtà, più della tana del Bianconiglio, ben si addice a tweet come questo.

Bene. Anzi, male. Perché il nostro Presidente del Consiglio, già avvocato dei propri clienti, quindi avvocato del popolo italiano, infine rappresentante dei burocrati di Bruxelles, finge di dimenticare da un lato l’art. 139, Cost., mercé il quale i principi fondamentali della Carta sono per lo più ritenuti intangibili, ma soprattutto, e dall’altro, soprattutto, l’art. 9, c. 2, dell’attuale Costituzione, ai sensi del quale “la Repubblica… tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione“.

Val-d_Orcia-strada-panoramicaNorma breve, certo, come tutte le disposizioni programmatiche della Costituzione, ma pregnantissima, perché nel concetto di “paesaggio” – che incorpora quello di “ambiente” e della sua “biodiversità”, come ben evidenzia G.M. Flick, e come si comprende dall’art. 117, cc. 1 e 2, Cost., che attribuiscono rispettivamente alla sola competenza statale ed a quella concorrente le materie della “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei
beni culturali” e della “valorizzazione dei beni culturali e ambientali” – c’è un quid pluris rappresentato dal fattore antropico. “Tutela del paesaggio” significa “tutela dell’ambiente” in quanto plasmato dalla natura e dall’uomo, meglio: in quanto prodotto del lavoro e della razionalità dell’uomo che protegge ed elabora il dato naturale rendendolo al contempo più coerente (più bello, vorremmo dire) e, in ultima analisi, più fruibile. Si capisce allora che, al di là della facile propaganda, non c’è – almeno in questo campo – nessun cambiamento culturale da realizzare.
Ancora: la Costituzione vive non solo delle singole disposizioni da cui è composta, ma anche dalle loro interrelazioni. Ecco allora come, nota Pizzorusso (*), la tutela dell’ambiente – sintomaticamente affidata (non senza più di un ripensamento e una contrarietà fra gli stessi Costituenti) alla “Repubblica”, cioè “all’intera comunità nazionale e per essa a tutti gli organi dello Stato e degli altri enti pubblici”, soprattutto locali – sia finalizzata “a creare una situazione ambientale che renda quanto più è possibile agevole l’esercizio delle libertà individuali”. Che fra queste spicchino il diritto al lavoro (art. 4) e il diritto alla salute (art. 32), lo ha ben notato Flick nel testo sopra citato. Nasce così il “diritto pubblico dell’ambiente”, che si risolve principalmente nell’attuazione di una razionale disciplina urbanistica e, appunto, nella difesa contro gli inquinamenti (Caravita (**)).
Ma, allora, cosa vuole Conte?

A sentire il suo discorso all’ONU, un pot-pourri in cui si passa dall’umanesimo democratico (?) al problema ambientale fino alla questione dei migranti, par di capire che il punto vero sia quello di trasformare una norma di principio, che lascia tuttavia la responsabilità politica delle sue concrete modalità di attuazione al normale gioco democratico, in una disposizione cogente e predeterminata negli esiti, volta all’introduzione di ulteriori vincoli all’azione di governo, sia di natura regolamentare, sia di natura fiscale, sulla scorta di quanto fatto da Mario Monti con l’art. 81, Cost. in materia di pareggio di bilancio.
Cavallo di Troia di questo utilizzo distorto delle pur giustissime istanze di tutela ambientale sono il concetto di “promozione delle condizioni per uno sviluppo sostenibile” delle istanze economiche e quello di “adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà nei confronti delle generazioni future“. Dopo, varrà tutto: saranno incostituzionali il diesel, la Nutella, la plastica, non so forse anche l’orto del nonno. Sarà invece pienamente costituzionale qualsiasi tassa o balzello, purché “verde”.
Non solo: questi concetti – nella loro pregnanza terminologica – collegano strettamente l’ordinameno italiano a Trattato e Convenzioni sovranazionali, aprendo l’ennesima breccia nel nostro sistema dell fonti (che, ormai, è un colabrodo: si pensi alla “norma dei vinti”, l’art. 10, Cost., o all’art. 11 intepretato in senso europeista, o ancora al “nuovo” art. 117, Cost.): vengono per esempio in mente la Dichiarazione di Rio de Janeiro del 1992), recepito dall’art. 1 del Trattato di Lisbona; o l’Agenda 2030 approvata dall’ONU nel 2015 (peraltro già recepita dall’art. 3, L. n. 221 del 2015, c.d. “collegato ambientale”).
Dice: “sei sempre il solito malpensante!”. Sarebbe vero, se non fosse che la proposta di legge di modifica costituzionale già esiste da più di un anno, firmata – tra gli altri – da quei mostri sacri del costituzionalismo italiano che sono Anna Ascani, Roberto Giachetti, Stefania Pezzopane, Debora Serracchiani. Tutto made in PD, ovviamente, tanto per ribadire a chi riferisce Conte.

(*) Pizzorusso, Sistema istituzionale del diritto pubblico italiano, II ed., Napoli, 1992.
(**) Caravita, Diritto pubblico dell’ambiente, Bologna, 1990.

Sulla legittima difesa (di Valerio Donato)

La vicenda del tabaccaio di Ivrea ha scatenato violenta la canizza piddina contro la legge Salvini che avrebbe introdotto in Italia la “giustizia fai-da-te”. Tralasciando i fatti di cronaca (su cui indaga la magistratira), mi piace invece pubblicare – a commento – due passati interventi di Valerio Donato, avvocato piemontese che ha già collaborato a questo blog.

Mi pare che il suo contributo sia molto interessante, perché da un lato mette in luce alcuni pericoli insiti nella recente riforma della materia, non soltanto in termini di giustizia fai-da-te, ma anche di comprensione del ruolo dello Stato in rapporto ai cittadini; dall’altro, mostra una sostanziale coerenza fra governi (quanto meno sulla carta) ideologicamente molto lontani. E questo fa pensare…

 

L’Italia trasformata in film western, tornando a combattere duelli potenzialmente mortali.

Il Canavese, 12 maggio 2017

La Camera dei deputati ha approvato un disegno di legge, che passa quindi ora all’esame del Senato, sulla modifica delle norme in tema di legittima difesa. Le novità andrebbero a legittimare la difesa nei luoghi di privata dimora (o in quelli ad essi equiparati) allorquando l’azione avviene in reazione a un’aggressione notturna ovvero quando (anche di giorno) vi sia stata introduzione in detti luoghi con violenza (a cose o persone) o con minaccia o con inganno. Viene inoltre previsto che non sussiste il delitto di eccesso colposo di legittima difesa “quando l’errore è conseguenza del grave turbamento psichico causato dalla persona contro la quale è diretta la reazione posta in essere in situazioni comportanti un pericolo attuale per la vita, per l’integrità fisica [e cioè quanto taluno percuote un’altra persona ovvero solo minaccia di farlo] o per la libertà personale o sessuale”.

In sostanza non è vero che con la nuova legge sarebbe consentito sparare di notte, come in maniera imbecille viene strombazzato dai media, sia quelli a favore sia quelli contro il provvedimento. La nuova legge infatti andrebbe ad eliminare il giudizio di proporzionalità tra l’offesa e la difesa (già eliminato dalla legge del 2006, che consentiva di sparare nei luoghi privati a determinate condizioni) praticamente in tutti i casi di violazione di domicilio. Non solo! Viene di fatto abrogato il delitto di eccesso di legittima difesa (consentendo, per esempio, di sparare ad una persona che dopo un alterco spintoni o minacci di colpire con uno schiaffo).

È evidente, pertanto, che – qualora passasse questo disegno di legge – l’Italia verrebbe trasformata in film western, dove ogni questione verrebbe legittimamente decisa con duelli potenzialmente mortali. Quello che stupisce non sono tanto le bugie dei media, che falsamente dicono che la nuova legge consente di sparare solo di notte (come visto consente di sparare sempre), quanto, piuttosto, la reazione scomposta del 90% dei soggetti che si dicono essere contro il modello economico liberista attualmente dominante. Sappiamo, infatti, che la difesa privata (che non ha alcuna efficacia deterrente sulla criminalità) è la capitolazione definitiva dello Stato di fronte alle istanze delle élites liberiste (che ben possono permettersi eserciti privati a difesa dei propri beni) che vorrebbero eliminare quella (per loro) inutile fonte di spesa costituita dai Tribunali e dalle Forze dell’Ordine. Il fatto che il disegno di legge sia stato proposto e approvato dal PD dimostra, infine, due cose: 1) il Partito Democratico è un partito di destra reazionaria; 2) “le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra” (A. Bagnai http://goofynomics.blogspot.it/…/luscita-delleuro-redux-la-…).

Con l’introduzione della nuova norma, si teme il “far west”.

Il Canavese, 27 settembre 2018

“Le politiche di destra nel lungo periodo giovano solo alla destra”. La frase è del Senatore Alberto Bagnai, professore di economia di chiara origine socialista ed attualmente presidente della commissione economia e portavoce in materia della Lega. Ed infatti questo governo, di chiara rappresentanza popolare, è un governo di destra che sostituisce quelli precedenti (che pur dichiarandosi di sinistra hanno attuato feroci politiche di destra ridistribuendo i redditi dal basso verso l’alto, a favore cioè dall’elite finanziaria che elude l’enorme pressione fiscale e a cui vanno in gran parte gli interessi sul debito pagati dallo stato con le tasse dei meno ricchi).

Come tutti i governi di destra ha un programma di destra. La proposta di legge sulla legittima difesa, per esempio, ne è chiaro esempio. Il testo modificherebbe l’art. 52 del codice penale prevedendo che “si considera che abbia agito per legittima difesa colui che compie un atto per respingere l’ingresso o l’intrusione mediante effrazione o contro la volontà del proprietario o di chi ha la legittima disponibilità dell’immobile, con violenza o minaccia di uso di armi di una o più persone, con violazione di domicilio”.

Niente di eclatante e decisamente meglio della proposta di iniziativa popolare in merito presentata nella scorsa legislatura. Con la norma, in particolare, verrebbe abolito il giudizio di proporzionalità tra aggressione e difesa esattamente come accade negli USA, dove come è noto si può liberamente sparare all’intruso.

Gli effetti negativi per l’ordinamento sono duplici. Da un lato i malintenzionati (che comunque rimarranno, a nulla valendo il previsto inasprimento delle pene) si introdurranno nelle abitazioni armati a loro volta con possibile aumento di fatti di sangue e con conseguente stravolgimento della pace sociale. Dall’altro siffatta norma realizza un’ulteriore (e decisamente inammissibile perché va a toccare il fine primario dello Stato e cioè il monopolio della forza da parte dello Stato) privatizzazione di un servizio pubblico.

Ma se Atene piange Sparta non ride. L’altro partito di maggioranza, i 5 stelle, infatti hanno proposto una modifica costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari (nonostante gli italiani il 4 dicembre 2016 abbiano votato contro la simile riforma proposta dal PD). Ciò comporterebbe, da un lato, un’inammissibile taglio alla rappresentanza popolare (e l’Italia ha già un basso numero di parlamentari per abitanti rispetto al resto d’Europa) e, dall’altro, rendere ancora più difficile l’accesso agli scranni legislativi da parte di chi non è ricco (e in tal senso la proposta fa il paio con il taglio di vitalizi e stipendi della politica). Una campagna elettorale, infatti, ha costi insostenibili per un cittadino normale e riducendo il numero degli eletti (oltre che le loro retribuzioni) si renderebbe di fatto impossibile l’elezione di cittadini che non siano ricchissimi.

In conclusione si ritiene che manchi in Italia un partito “realmente” socialista (e quindi sovranista) che possa credibilmente fare opposizione a questo governo che, seppur presenti in parte istanze sovraniste, è e rimane un governo di destra.

 

Il risultato pratico di questa lucida – e competente – visione del problema è un breve post su Facebook che vi invito a leggere per intero. Qui riporto le ultime righe, che contengono soluzioni concrete alla questione:

Personalmente io sono per lo stato forte e per 0 (leggasi ZERO) armi in mano ai privati, ma si sa che sono un nostalgico dello stato di diritto e quindi, per le deboli menti degli arcobaleno plagiate da anni di propaganda elitista, un fascista. In pratica la mia soluzione è questa: più polizia, più tribunali, più carceri, più frontiere, meno armi in giro e tolleranza zero (che non significa pene esemplari ma solo certe e rieducative) per chi spara e per chi ruba.

Deforme costituzionali. Ancora.

Abbiamo una notizia brutta e una notizia bella.

La notizia brutta è che il Senato ha approvato il disegno di legge costituzionale che taglia il numero dei deputati (da 630 a 400) e dei senatori (da 315 a 200). La notizia bella è che i voti favorevoli sono stati soltanto 185 (M5s e Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia), per cui – qualora gli stessi numeri siano mantenuti anche nella seconda votazione richiesta dall’art. 138, Cost. – basterà un referendum per spazzare via l’ennesimo scempio alla nostra Carta Costituzionale.

Ad evitare il raggiungimento del quorum dei 2/3 dei senatori è stato il voto contrario del PD; scelta giusta, come al solito per il motivo sbagliato. Dario Parrini è stato infatti categorico nel fugare qualsiasi dubbio di ravvedimento piddino: “sì al taglio dei parlamentari da 945 a 600, previsto dal d.d.l. della maggioranza, ma a patto che si introduca una differenziazione di funzioni tra Camera e Senato”, come richiesto nel 2016 dalla quasi ritirata a vita privata Maria Etruria Boschi. L’emendamento a firma di tutti i migliori cascami renziani è stato però dichiarato inammissibile.

Ma perché si tratterebbe di una notizia brutta? In fondo i parlamentari italiani sono molti, costosi, poco produttivi… (aggiungete voi qualsiasi altro cliché a base di casta, cricca, corruzione, scaldare la poltrona & quant’altro).

Primo, perché non è vero. Secondo le elaborazioni del Servizio Studi del Senato, l’Italia è al 22° posto su 27 Paesi UE per rapporto fra numero di parlamentari e popolazione residente. Ovviamente, i Paesi in testa alla speciale classifica sono quelli più piccoli; e Francia, Spagna, soprattutto Germania hanno rapporti inferiori a quello italiano. Ma un rapporto maggiore lo hanno per esempio l’Austria, o la Gran Bretagna, o la morigeratissima Finlandia. D’altronde, Camera e Senato ci costano in complessivo circa 1 miliardo e mezzo di euro, cioè lo 0,2% della spesa pubblica annua complessiva. Se poi ci limitiamo ai soli stipendi dei parlamentari, la percentuale si riduce allo 0,03%. Per capirsi, ci vogliono 10 anni di Parlamento per fare i soldi che l’Italia ha già regalato al Meccanismo Europeo di Stabilità (quello che, con la scusa di devastare la Grecia, ha arricchito le banche tedesche e francesi).

Secondo, perché il costo della politica non è rappresentato dalla spesa delle Camere, ma dalle decisioni errate (come si legge qui: il tema, come si vede, è alquanto risalente). Ora, ridurre il numero dei parlamentari incrementa il rischio di decisioni errate da svariati punti di vista:

  • perché – senza entrare, in questa sede, nel discorso, connesso, relativo alle leggi elettorali – non assicura che siano eletti i candidati migliori, posto che più un collegio è grande e più sarà facile che a vincere la competizione sia non il più preparato, ma chi ha maggiori risorse economiche ed è meglio supportato da strutture partitiche;
  • perché – anche in questo caso, tralasciando la questione della legge elettorale – più i collegi sono ridotti e più è plausibile che specifiche istanze, a carattere locale o fortemente connotate ideologicamente (si pensi alla tradizione repubblica in Romagna), trovino rappresentanza in Parlamento, con conseguente aumento della dialettica e della ponderatezza nelle decisioni;
  • perché minore è il numero dei parlamentari, maggiore è il potere dei lobbisti, che devono spendere meno soldi e meno tempo per convincerli.

Quest’ultimo è il punto qualificante, soprattutto perché pare il primo tassello di un disegno coerente, quello di svuotare – ancora di più di quanto già accaduto nell’ultimo ventennio – il ruolo del Parlamento.

Cos’è, in fondo, il vincolo esterno, se non un modo per esautorare il Parlamento a favore di luoghi maggiormente al riparo dal processo elettorale? Di risolvere, cioè, un problema che le oligarchie si pongono da due millenni e mezzo?

A cosa serve tutta la retorica sul voto elettronico, sulla blockchain, su qualsiasi tipo di tecnologia che in sostanza permetta, ai sicuramente inesistenti malintenzionati che decidano di fare qualche broglio alle elezioni, di passare notti insonni con in mano una matita copiativa?

A che cosa sarebbe servito, infine, l’impresentabile proposta del Movimento 5 stelle per l’introduzione del vincolo di mandato, con un ribaltamento paradossale dell’art. 67, Cost.? (Sulla questione – assai complessa, perché coinvolge la libertà di coscienza del singolo parlamentare, l’organizzazione dei parlamentari in gruppi propria dei moderni organi legislativi, il rapporto fra sistemi elettorali proporzionalistici e mutamenti di schieramento politico degli eletti – si rimanda alle pagine, lucidissime, di Mortati, Istituzioni di diritto pubblico, Padova, 1969, I, 466 ss.).

Ma – e chi scrive si rende conto di andare contro il comune sentire anche di molte persone che, il più delle volte, la pensano come lui – a cosa serve, infine, anche la strampalata idea di Fraccaro and friend di inserire in Costituzione il referendum propositivo (in combinato disposto con una procedura che agevola la discussione di propose di legge di iniziativa popolare) ed eliminare contestualmente il quorum del numero dei votanti per la validità della consultazione, a favore di un più ridotto quorum di voti favorevoli?

Gli effetti sono potenzialmente devastanti. Poiché le Camere sono obbligate a prendere una decisione sulla proposta di legge di iniziativa popolare entro diciotto mesi, altrimenti è indetto il referendum, il Parlamento e il governo sarebbero facilmente espropriati quanto meno del loro ordine del giorno, quando non addirittura dell’indirizzo politico. Non solo: si immagini il caso di frequenti approvazioni, da parte delle Camere, di leggi di iniziativa popolare con modifiche: quella specie di ordalia referendaria che dovrebbe permettere ai cittadini di scegliere il testo preferito finirebbe per innescare un conflitto permanente tra Parlamento e corpo elettorale, con conseguenze inimmaginabili sulla stabilità della maggioranza e, addirittura, sulla sorte della legislatura. Per non parlare, infine, delle tensioni ai limiti della tenuta istituzionale fra Corte Costituzionale e corpo elettorale, in caso di referendum su leggi di iniziativa popolare che intervengano su rapporti internazionali (a partire dalle questioni Euro e UE) o comportino nuove spese per lo Stato e richiedano, dunque, specifiche coperture.

Il disegno è fin troppo chiaro: dare al popolo l’illusione di poter decidere direttamente, in modo da svuotare il Parlamento, luogo della decisione democratica, così da avvantaggiare altri luoghi, in cui scelte fondamentali sono fatte in modo assai meno trasparente.

Se proprio proprio volete rompervi le corna con questa povera Costituzione, accettate un consiglio gratis: non inventatevi nulla. Avete 20 anni di riforme orrende da smontare, per tornare al testo del Quarantotto.

Il conflitto (di attribuzione) fra PD e democrazia

Questo blog è nato per dimostrare una specifica tesi, che la Costituzione del 1948 – col suo impianto lavorista, democratico e sociale – non ha retto all’aggressività dell’ordoliberismo dei Trattati UE, sia per l’esistenza di alcune falle nel testo originario della Carta (probabilmente dovute alla genesi della stessa, dopo una guerra persa e un trattato di pace particolarmente penalizzante), sia per le improvvide modifiche che nel tempo si sono stratificate (in particolare: la riforma del Titolo V nel 2001, governo Amato, e dell’art. 81 nel 2012, governo Monti), sia per la volontà specifica – da parte di chi avrebbe dovuto proteggerla (Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale) – di contribuire a snaturarla.

Il ricorso per conflitto di attribuzione (art. 134, secondo alinea, Cost.) da parte del gruppo parlamentare al Senato del PD, che ha impugnato al recente legge di bilancio, è la plastica rappresentazione specialmente dell’ultimo assunto.

“La Corte costituzionale giudica… sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato…”: si tratta dei c.d. conflitti interorganici (per distinguerli dai conflitti intersoggettivi, p.e. quelli fra Stato e Regioni). In sostanza, secondo Marcucci & co. il governo, presentando, more solito, il maxi-emendamento con cui ha riscritto la legge di bilancio e ponendo sullo stesso, more solito, la questione di fiducia, prima tuttavia dell’esame da parte della Commissione bilancio, avrebbe violato l’art. 72, c. 1, Cost.. Con alti lai da parte di interessati sacerdoti della centralità del Parlamento, di cui strumentalmente danno un’immagine oleografica e ottocentesca, oltre che – ça va sans dire – completamente inesistente. Tra questi si è distinto anche Guido Crosetto, rappresentante di un partito che ambisce a ripercorrere tutte le tappe di Alleanza Nazionale, soprattutto quelle verso l’irrilevanza dell’ultimo Gianfranco Fini.

Senonché, secondo la legge e la giurisprudenza della Corte costituzionale il conflitto di attribuzione può essere sollevato solo da “organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono e per la delimitazione della sfera di attribuzioni determinata per i vari poteri da norme costituzionali” (cfr. art. 37, c. 1, L. n. 87 del 1953). La Corte costituzionale ha comunque ammesso la legittimazione di organi che, a  stretto rigore, non sono organi di vertice (i singoli rami del Parlamento, il Consiglio dei ministri, i singoli giudici ed i pubblici ministeri, il Presidente della Repubblica, se stessa, la Corte dei conti, il Consiglio superiore della magistratura, le Commissioni parlamentari di inchiesta, addirittura il Comitato promotore di un referendum abrogativo, ecc.), ma ha di contro sempre escluso la legittimazione dei partiti politici (ordinanza n. 79 del 2006 e n. 120 del 2009) e, sia pure in modo non del tutto netto, anche quella dei gruppi parlamentari (ordinanza n. 149 del 2016 – “il presente conflitto, nei termini in cui è stato articolato, «non attinge al livello del conflitto tra poteri dello Stato, la cui risoluzione spetta alla Corte costituzionale»…, inerendo le argomentazioni addotte nel ricorso esclusivamente alla lesione di norme del Regolamento del Senato e della prassi parlamentare…” – e n. 280/2017).

Né pare che a diversa conclusione si possa giungere argomentando dalla crescente importanza dei gruppi nei regolamenti parlamentari (così il renzianissimo Bin) e nella concezione “non più atomistica della rappresentanza” (così l’ancor più renziano Ceccanti), posto che pare in ogni caso arduo comprendere quali siano – nel caso di specie – “le attribuzioni in contestazione” e come possano essere “di spettanza” di questa o quella articolazione del Parlamento, o quale “atto viziato da incompetenza” (sic!) debba essere annullato. Non a caso, la Corte – anche se con qualche parziale ripensamento – ha normalmente negato la possibilità di sollevare un conflitto di attribuzione nei confronti di un atto legislativo (rispetto al quale è previsto il c.d. ricorso incidentale: v. sentenza n. 284 del 2005), e lo stesso renzianissimo duo sopra citato evidenzia come un’eventuale accoglimento del ricorso da parte della Corte non potrebbe (e, per ovvie considerazioni di opportunità politica, non dovrebbe) condurre all’annullamento della legge di bilancio.

In altri termini: il PD ha presentato un ricorso che – anche se accettato – non porterà a conseguenze concrete e lo ha fatto con il precipuo obiettivo di combattere (come al solito, per via giudiziaria) una battaglia politica, meglio: partitica. Contro gli interessi del Paese. E quello che fa più male è che nel messaggio di fine anno il Presidente della Repubblica è parso sponsorizzare questa, diciamo, bella trovata (“la grande compressione dell’esame parlamentare e la mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali richiedono adesso un’attenta verifica dei contenuti del provvedimento. Mi auguro – vivamente – che il Parlamento, il Governo, i gruppi politici trovino il modo di discutere costruttivamente su quanto avvenuto; e assicurino per il futuro condizioni adeguate di esame e di confronto“).

Eppure, il conflitto di attribuzione è un istituto che questo governo avrebbe dovuto, e tuttora dovrebbe, guardare con attenzione.

Quando, incaricato Conte, il Presidente della Repubblica si è rifiutato di controfirmare la lista dei ministri, ben si sarebbe potuta esperire la via del conflitto di attribuzione innanzi la Corte Costituzionale, che avrebbe così potuto fare chiarezza rispetto a un testo così laconico come l’art. 92, Cost. (per una buona rassegna cfr. Lollo, di cui tuttavia non si possono condividere le conclusioni). In questo modo si sarebbe evitato sia l’imbarazzo di un impeachment minacciato e revocato nello spazio di un mattino (oltre che infondato, essendo stato il comportamento di Mattarella certamente grave ed extra ordinem, ma non così reiterato da giustificare il ricorso all’art. 90, Cost.), sia un pericoloso precedente che – in futuro – potrà essere utilizzato da altri P.d.R. che vogliano ingerirsi nell’indirizzo politico (che vogliano, per dirla col Foglio, “governare”) di un esecutivo non abbastanza “amico”.

Ma Conte – per opportunità politica (?) – non lo ha voluto fare. Sarà ugualmente per opportunità politica che il medesimo Conte non ha ancora sollevato conflitto anche in relazione alla nomina del nuovo Presidente della Consob, visto che né Rinaldi né Minenna hanno incontrato i favori del sullodato Mattarella (il quale, di contro, non aveva fatto un piego alla nomina di Nava, in comando per ragioni di servizio concesso dalla Commissione europea)?

L’Unione fondata sulle percentuali – alla ricerca dei parametri UE di finanza pubblica

Mi pare di riscontrare grande confusione, in particolare a livello giornalistico, in merito al contenuto delle norme europee che regolano la gestione della finanza pubblica degli Stati membri ed alle loro modalità di applicazione. La situazione, però, è tutt’altro che eccellente.

Certamente, non aiuta a orientarsi la giungla di norme sparse nei Trattati UE, in Trattati internazionali, nella Costituzione, Regolamenti, Leggi e chi più ne ha più ne metta. Qualche punto fermo, tuttavia, può essere messo, iniziando dal principio – i Trattati UE – e scendendo poi, giù per li rami, fino alle tecnicalità esoteriche dei mandarini di Bruxelles(tecnicalità che, vedremo, contengono pre-decisioni politiche fondamentali).

Se la Repubblica è fondata sul lavoro, l’UE è certamente fondata sulle percentuali.

In neretto sono riportate le principali disposizioni rilevanti. In tondo maggiori approfondimenti sulle stesse. In corsivo, le mie considerazioni, spesso un po’ amare.

Prima considerazione: i Trattati UE (il Trattato di Roma e il Trattato di Maastricht) fanno riferimento soltanto alla “regola del 3%” in materia di rapporto fra deficit e PIL, e alla soglia del 60% per quanto attiene il rapporto fra debito pubblico e PIL.

La manovra in discussione in Parlamento, che presenta un rapporto deficit / PIL inferiore al 3%, non viola – da questo punto di vista – l’art. 126 del Trattato di Roma.

In ogni caso, la reazione dell’UE a eventuali violazioni delle norme è rimessa al Consiglio che decide (a maggioranza qualificata: almeno 15 Paesi e il 65% della popolazione) con apprezzamento discrezionale (politico, non tecnico).

Il combinato disposto dell’art. 126, parr. da 1 a 5, e del Protocollo n. 12 del Trattato di Roma (TFUE) si limita a stabilire che, qualora un Paese esponga o rischi di esporre un rapporto “disavanzo pubblico, previsto o effettivo” (deficit) e un prodotto interno lordo (PIL) superiore al 3%, ovvero un rapporto fra debito pubblico e PIL superiore al 60%, la Commissione – salvo il caso di miglioramento continuo dei conti o di sforamento eccezionale – relaziona al Consiglio, tenendo conto anche della “spesa pubblica per gli investimenti” e degli “altri fattori significativi, compresa la posizione economica e di bilancio a medio termine dello Stato membro”. Fine.

Ai parr. 6 ss., invece, si statuisce che “il Consiglio, su proposta della Commissione…, decide [a maggioranza qualificata: 15 Paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’Unione], dopo una valutazione globale, se esiste un disavanzo eccessivo”. In caso di non ottemperanza, “può [non: deve!] decidere di intimare allo Stato membro di prendere, entro un termine stabilito, le [suddette] misure…” e, come extrema ratio, “può [non: deve!] decidere di applicare” determinate sanzioni, anche pecuniarie. Le scelte del Consiglio, dunque, sono sempre eminentemente politiche, certamente non tecniche.

Norme più stringenti sono state introdotte, in particolare per i Paesi dell’Eurozona, del Fiscal Compact.

Le regole introdotte dal Fiscal Compact, in particolare il pareggio di bilancio, sono la cifra qualificante di un sistema politico-economico di stampo strettamente liberista, in cui lo Stato si pone come arbitro neutro del gioco economico: “l’Unione instaura un mercato interno” e “si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva”.

Stabilità dei prezzi, cioè – come vedremo – disoccupazione strutturale, indipendenza della banca centrale (con conseguente creazione di un”quarto potere”, quello monetario), scarsità indotta della moneta, in contrasto (come minimo) con gli artt. 1 (Repubblica fondata sul lavoro), 4 (diritto al lavoro), 36 (diritto a una retribuzione dignitosa), 47 (controllo del credito a fini di utilità sociale) e 95 (unitarietà dell’indirizzo politico in capo al governo) della Costituzione.

Economia sociale di mercato, cioè – come si è avuto modo di sottolineare nei post precedenti – un sistema in cui lo Stato progressivamente riduce il proprio intervento nell’economia (intesa in senso lato, dunque comprensivo dei servizi sociali) fino al pareggio di bilancio e, dunque, ha una funzione neutra nei rapporti economici, con ciò oggettivamente favorendo chi, nella competizione, risulta il più forte, in contrasto (ma proprio a restare in superficie) con gli artt. 2 (principio personalista), 3 comma 2 (uguaglianza sostanziale), 41 commi 2 e 3 (utilità sociale e coordinamento a fini sociali dell’iniziativa economica privata e pubblica) della Costituzione.

Il Fiscal Compact è un Trattato internazionale e non fa parte del diritto dell’Unione Europea (che, anzi, ha espressamente votato contro questa eventualità): il collegamento è assicurato da 8 Regolamenti (noti come six pack two pack) e – per quanto attiene l’Italia – dalle modifiche costituzionali di cui alla l. cost. n. 1 del 2012 (mod. artt. 81, 97, 117, 118, Cost.).

I Paesi firmatari si impegnano a: (a) un aggiustamento annuo, in linea di principio dello 0,5% del PIL, della spesa della PA, fino al raggiungimento di un obiettivo deficit / PIL in termini strutturali di medio termine (OMT) che conduce al pareggio di bilancio a tendere; (b) una riduzione “forzosa” del rapporto debito / PIL fino almeno al 60% attraverso il c.d. “vincolo di crescita della spesa” (per cui la crescita effettiva della spesa deve essere annualmente inferiore alla crescita del PIL potenziale di un certo “margine di convergenza” predeterminato per ciascun Paese).

A rendere più stringenti le disposizioni dei Trattati intervengono i Reg. nn. (UE) 1466/97 e 1467/97 del 7 luglio 1997 (“Patto di stabilità e crescita”), modificati nel 2005 e, più profondamente, nel 2011, quando 25 Stati membri (tutti, esclusi Regno Unito e Repubblica Ceca) sottoscrivono il “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance  nell’Unione economica e monetaria”, meglio noto alle cronache come “Fiscal Compact“). Sottolineiamo fin da subito un punto importante: si tratta di un Trattato internazionale, collegato all’Unione Europea ma al di fuori delle fonti del diritto comunitario.

L’art. 4 estremizza la regola del debito (“quando il rapporto tra il debito pubblico e il PIL… supera il valore di riferimento del 60%…, tale parte contraente opera una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno…”), mentre l’art. 3 specifica meglio il principio del pareggio di bilancio. Ai sensi del par. 2, gli Stati contraenti devono garantire (salvo che non vantino un rapporto debito/PIL “significativamente” inferiore al 60%, ovvero non abbiano subito calamità naturali o si trovino in periodi di grave recessione economica) un deficit strutturale “pari all’obiettivo di medio termine specifico per il Paese, quale definito nel patto di stabilità e crescita… , con il limite inferiore di un disavanzo strutturale dello 0,5% del… [PIL]” (che, grazie alla clausole di flessibilità connesse a investimenti e riforme strutturali può giungere fino a -0,25%). Per l’Italia l’OMT coincide con il pareggio di bilancio “in termini strutturali”: pertanto, il saldo effettivo della PA è nettato delle misure una tantum ed è corretto per l’impatto previsto del ciclo economico (c.d. “saldo corretto per il ciclo”). Per calcolare quest’ultimo si tiene conto del c.d. output gap, che misura la posizione ciclica di un’economia sulla base della differenza tra i tassi di crescita del PIL reale e del PIL potenziale. Su quanto (poco) tecnico e quanto (molto) politico sia questo concetto, si rimanda a un rigoroso ma godibilissimo articolo del prof. Bagnai.

Il “collegamento” fra il Fiscal Compact e l’ordinamento comunitario è assicurato da otto (!) Regolamenti emanati ai sensi dell’art. 136 del TUE (cooperazione rafforzata in materia di bilancio per i soli Stati dell’Eurozona, ai sensi dell’art. 136 del TFUE), il c.d. six pack del 2011 e il c.d. two pack del 2013. Il two pack, nella sostanza, prevede un calendario fisso di comunicazioni dei principali documenti economici degli Stati membri alla Commissione e il diritto della Commissione stessa di formulare un giudizio sulle leggi di bilancio dei Paesi dell’Eurozona (è la cronaca di queste settimane). Il six pack, invece, si qualifica in particolare per l’introduzione del “vincolo di crescita della spesa” (o “expenditure benchmark“), che mette in relazione la regola del deficit e la regola del debito (riduzione annua del debito / PIL). Dato un tasso di crescita di medio periodo del PIL potenziale, calcolato come media delle stime dei precedenti 5 esercizi, della stima per l’esercizio corrente e delle proiezioni per i quattro esercizi successivi, e una spesa pubblica rettificata secondo regole specifiche (tra cui: depurazione dell’aggregato dalla volatilità intrinseca della spesa per investimenti; considerazione di previsioni tendenziali a legislazione vigente; utilizzo del deflatore del PIL calcolato dalla Commissione UE), per i Paesi che hanno già raggiunto l’OMT la crescita della spesa pubblica non deve essere più elevata del parametro medio relativo al PIL potenziale, mentre per gli altri (tra cui l’Italia) il tasso di crescita della spesa deve essere inferiore a quello del PIL potenziale e coerente con un miglioramento del saldo strutturale di almeno 0,5 punti in termini di PIL (salve correzioni in caso di investimenti “graditi” alla UE, gravi crisi economiche, spese per i migranti).

Sembrano regole astruse da contabili in crisi d’astinenza. In realtà – come detto sopra – sottendono a uno specifico disegno politico.

In particolare, è opportuno ricordare anche ai non iniziati che l’output gap, cioè la differenza fra PIL reale e PIL potenziale, può essere calcolato solo previa determinazione del PIL potenziale, il quale è influenzato in modo significativo dal NAWRU. Ora, quest’ultimo non è il nome di una riposante isola polinesiana, bensì l’acronimo di not-accelerating wage rate of unemployment, cioè – tradotto in italiano – di “tasso di disoccupazione che non porta ad un aumento delle paghe”. Chiaro? Lo Stato può porre in essere politiche anticicliche soltanto laddove queste non incidano sull’occupazione in modo così incisivo da incrementare la quota salari rispetto alla quota profitti. Con buona pace del principio della piena occupazione, che informa di sé l’intera Costituzione del 1948.

Il “collegamento” fra il Fiscal Compact e l’ordinamento italiano è invece assicurato (oltre che dalla legge di ratifica n. 114 del 23 luglio 2012 e dagli 8 Regolamenti UE che “entrano” nel sistema del nostro Paese attraverso l’art. 11, Cost.) dagli artt. 81, 97, 118, Cost., come mod. con L. cost. 1 del 2012.

In particolare, ai sensi dell’art. 81, “lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali… Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale”.

Questa riserva di legge rinforzata ha trovato attuazione nella legge 24 dicembre 2012, n. 243. In primo luogo, la legge ribadisce l’obbligo per le amministrazioni pubbliche di concorrere ad assicurare l’equilibrio dei bilanci, specificando che tale equilibrio corrisponde appunto all’OMT individuato sulla base dei criteri stabiliti dall’ordinamento dell’UE e degli “accordi internazionali in materia” (il Fiscal Compact). I documenti di programmazione finanziaria e di bilancio stabiliscono, per ciascuna annualità del periodo di programmazione, gli obiettivi del saldo del conto consolidato (ed i relativi mezzi per il loro raggiungimento) tali da assicurare almeno il conseguimento dell’OMT, ovvero il rispetto del percorso di avvicinamento a tale obiettivo nei casi scostamento dall’obiettivo previsti per eventi eccezionali.

In relazione alla regola del debito, la legge dispone che i documenti di programmazione finanziaria e di bilancio stabiliscano obiettivi relativi al rapporto debito pubblico/PIL coerenti con quanto disposto dall’ordinamento dell’UE (rapporto debito/PIL entro il 60%, ovvero percorso di riduzione fino a tale soglia secondo le norme sopra descritte). Per quanto attiene la regola della spesa, si ribadisce che il tasso annuo programmato di crescita della spesa della PA non può essere superiore a quello derivante dalle regole europee, con richiamo inter alia al concetto, come visto assai controverso, di PIL potenziale.

Le votazioni di ciascuna Camera con cui sono autorizzate deviazioni rispetto agli obiettivi prefissati, in caso di calamità o altri eventi previsti dalle norme europee, e con cui sono approvati i piani di rientro, sono adottate a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti.

Onde aderire in pieno al Fiscal Compact, la legge prevede anche un “meccanismo di correzione”: pertanto, ove il Governo accerti, in base ai dati di consuntivo, che si è verificato, rispetto all’obiettivo programmatico, uno scostamento del saldo strutturale – riferita al risultato dell’esercizio precedente ovvero, in termini cumulati, a quelli dei due esercizi precedenti – pari o superiore allo “scostamento considerato significativo” dall’ordinamento UE e dal Fiscal compact, deve immediatamente indicare le misure correttive tali da assicurare il ritorno all’OMT entro l’anno successivo.

La legge continua poi col c.d. “patto di stabilità interno”, rivolto agli Enti territoriali minori, che fortunatamente è stato parzialmente disinnescato da alcune note sentenze della Corte Costituzionale, per poi concludersi con disposizioni sul “bilancio dello Stato”. Spicca, in questo contesto, il principio secondo cui i maggiori oneri derivanti dalla legge di bilancio di un esercizio devono risultare compatibili con il rispetto dell’equilibrio tra le entrate e le spese del bilancio inteso in termini di coerenza con gli obiettivi di saldo del conto economico consolidato volti ad assicurare il conseguimento dell’OMT.

 

Questa congerie di norme trova applicazione, con tutti gli arbitri sopra ricordati, nella Relazione ai sensi dell’art. 126, par. 3, del TFUE, (doc. COM(2008) 809 del 21.11.2018). La Commissione, per la prima volta da quando esistono le attuali regole, ha deciso di intraprendere una procedura di infrazione nei confronti di uno Stato membro per violazione della “regola del debito”.

Basterebbe questo per comprendere come la questione non sia tecnica. Meno che mai riguarda qualche decimale di PIL. La questione (come dimostra anche il fatto che la procedura può essere evitata, nel caso in cui le politiche economiche dello Stato sia improntata ai desiderata della Commissione: riforme strutturali, accoglienza dei migranti, pareggio di bilancio…) è schiettamente politica, da un duplice punto di vista: da un lato, vi è la volontà delle autorità di Bruxelles di dimostrare, così come accaduto nei confronti della Grecia del primo Tsipras, che chi si ribella alle “regole” (eteroimposte) viene punito, secondo il cliché di qualsiasi impero alle prese con una provincia ribelle, dall’imperatore Tito in poi (non a caso Monti, il viceré per eccellenza, ha parlato di “Tsipras moment” per il governo giallo-verde”); dall’altro, il terrore che la manovra espansiva predisposta dal governo italiano funzioni, così sovvertendo, per tabulas, i mantra vetero-liberisti e neo-demenziali da Bocconi boys che pervadono la propaganda UE dalla sua fondazione.

Tutte le norme che abbiamo visto sopra si declinano nella Relazione d’autunno della Commissione che, come prima cosa, non può che prendere atto di un rapporto deficit / PIL inferiore al 3%. “Le previsioni d’autunno 2018 della Commissione prevedono per l’Italia un disavanzo pubblico pari all’1,9 % del PIL nel 2018 e al 2,9 % nel 2019… L’Italia rispetta pertanto il criterio del disavanzo definito nel trattato e nel regolamento (CE) n. 1467/97…”.

Resta però il debito pubblico italiano, tradizionalmente molto elevato rispetto al vincolo di Maastricht (60% del PIL). “Secondo il documento programmatico di bilancio 2019 riveduto, nel 2018 il rapporto debito / PIL scenderebbe al 130,9 %… Per il 2019, il documento programmatico di bilancio 2019 riveduto prevede un forte calo del  rapporto debito/PIL di 1,7 punti percentuali al 129,2%… [Invece], secondo le previsioni della Commissione il rapporto debito / PIL rimarrebbe sostanzialmente stabile nel 2019 al 131,0 %… … La Commissione prevede [altresì] che il rapporto debito / PIL rimanga nel complesso stabile anche nel 2020… Nel complesso, dall’analisi si desume a prima vista che, stando sia al documento programmatico di bilancio 2019 riveduto che alle previsioni della Commissione e prescindendo da tutti i fattori significativi illustrati nel seguito della relazione, il criterio del debito ai sensi sia del trattato che del regolamento (CE) n. 1467/97 non è rispettato”.

Fattori significativi“. Con questa espressione (ripresa dall’art. 2, par. 4, del regolamento n. 1467/97) la Commissione indica, oltre a “condizioni macroeconomiche negative” (che, secondo i mandarini di Bruxelles, non sarebbero presenti nella fiorente Italia del 2018), anche una serie di ulteriori elementi il cui discrezionale apprezzamento può portare alla decisione di non aprire una procedura di infrazione. Elementi che la Commissione tratta con riferimento ai loro (supposti) effetti macroeconomici di medio o lungo periodo ma che, in realtà, hanno una valenza squisitamente politica, nel senso di rappresentare istanze rientranti nei fondamenti ordoliberisti che abbiamo visto improntare di sé i Trattati.
In particolare, la Relazione si concentra sulla deviazione rispetto al raggiungimento dell’OMT (cioè del pareggio di bilancio strutturale) determinato dal maggior deficit previsto nella bozza di legge di bilancio per il 2019 e sulla volontà, in particolare di Matteo Salvini, di rimettere mano alla Legge Fornero.

Anzi, la Commissione vorrebbe barattare un atteggiamento più benevolo con un’ulteriore stretta sulle pensioni (soprattutto quelle calcolate con sistema retributivo) e uno spostamento della tassazione dal reddito al consumo (Iva, registro) e al patrimonio (tassazione delle rendite finanziarie).

Le breve analisi che precede ha dunque mostrato come le regole che costringono, come un nodo gordiano, la politica economica del nostro Paese si articolano su più livelli, nazionale (anche di rango costituzionale), internazionale (pattizio) ed europeo (dunque dotato della particolare garanzia dell’art. 11, Cost.).

Le norme di diritto internazionale generalmente riconosciute informano il sistema giuridico e, pertanto, si pongono fra i principi fondamentali della Costituzione, che li ha recepiti per relationem (art. 10, c. 1, Cost). Si tratta di consuetudini (la più nota delle quale è pacta sunt servanda).

Le norme pattizie di diritto internazionale, invece, in linea generale hanno lo stesso rango del relativo provvedimento di attuazione (legge costituzionale, legge ordinaria, decreto), salvo riconoscere ad esse una speciale “resistenza”, atta a farle prevalere su norme successive di pari rango (secondo un principio di specialità sui generis, accolto nell’art. 117, c. 1, Cost., come riformato dalla L. Cost. n. 3 del 2001).

Infine, uno status particolare è attribuito ai Trattati europei e al diritto da essi derivato, che patirebbero come una unica limitazione alla loro applicazione in Italia i “principi fondamentali dell’ordinamento” (c.d. “controlimiti”). Patirebbero: vi è infatti una parte della dottrina, forse minoritaria ma che certamente potrebbe essere valorizzata in chiave europeista dalla Corte Costituzionale, attualmente assai sbilanciata verso posizioni di scarsa tutela dell’ordinamento interno, secondo cui la “europeizzazione” del dei postulati fondamentali delle Carte degli Stati membri renderebbe ormai desueto anche i “controlimiti”.

 

Alla fine di questo lungo e tedioso commento si palesa finalmente il problema di fondo che si trova innanzi chiunque voglia nuovamente dotare l’Italia di sovranità monetaria, economica e politica. Le autorità europee ed i succubi governi italiani, da Monti in avanti, hanno creato un sistema istituzionale così intricato da non essere quasi modificabile senza forzature istituzionali. Soprattutto finché vi sarà una Corte Costituzionale tetragona nel sovra-ordinare, se non nelle parole certamente nei fatti, la Carta del 1948 ai Trattati UE. Siccome l’art. 81, Cost., in sé, è norma tutto sommato neutra, potrebbe essere un primo passo l’abrogazione della L. n. 243 del 2012 (c.d. “Legge Giorgetti”); ma cancellare questa legge significherebbe rendere nei fatti inefficace il six compact, che è diritto dell’Unione, con conseguente violazione – nel sistema concettuale degli attuali Giudici costituzionali – dell’art. 11, Cost.. Anche modificare l’art. 81, Cost. in senso antitetico rispetto al contenuto dei Regolamenti UE potrebbe essere complesso, dal momento che significherebbe non rispettare un Trattato internazionale sottoscritto dal nostro Paese e tuttora in vigore. Si immagina che, in questo caso, ad opporsi sarebbe il Capo dello Stato, cui non manca il gusto dell’ingerenza nell’indirizzo politico. Potremmo allora pensare di recedere dal Fiscal Compact, ma gran parte della normativa UE lo presuppone, così che torneremmo alla prima casella di questo assurdo Gioco dell’Oca. Resta infine l’ipotesi più tranchant, l’uscita dall’Euro (e/o dall’UE). Sulle cui difficoltà non mi dilungo.

Tutto questo per dire cosa? Che qualsiasi operazione di recupero di sovranità da parte dell’Italia richiede in primo luogo una consonanza di obiettivi di tutti gli attori istituzionali, oggi palesemente mancante; che si tratta di processi complessi anche dal punto di vista giuridico, che richiedono oggettivamente del tempo, esponendo nel medio termine il Paese alle fibrillazioni dei mercati finanziari e alle rappresaglie delle Autorità europee; che per resistere a queste ultime è necessario previamente dotarsi di strumenti che non è certo che siano attualmente posseduti dall’Italia. Un po’ di pazienza, a volte, è necessaria.