Sulla legittima difesa (di Valerio Donato)

La vicenda del tabaccaio di Ivrea ha scatenato violenta la canizza piddina contro la legge Salvini che avrebbe introdotto in Italia la “giustizia fai-da-te”. Tralasciando i fatti di cronaca (su cui indaga la magistratira), mi piace invece pubblicare – a commento – due passati interventi di Valerio Donato, avvocato piemontese che ha già collaborato a questo blog.

Mi pare che il suo contributo sia molto interessante, perché da un lato mette in luce alcuni pericoli insiti nella recente riforma della materia, non soltanto in termini di giustizia fai-da-te, ma anche di comprensione del ruolo dello Stato in rapporto ai cittadini; dall’altro, mostra una sostanziale coerenza fra governi (quanto meno sulla carta) ideologicamente molto lontani. E questo fa pensare…

 

L’Italia trasformata in film western, tornando a combattere duelli potenzialmente mortali.

Il Canavese, 12 maggio 2017

La Camera dei deputati ha approvato un disegno di legge, che passa quindi ora all’esame del Senato, sulla modifica delle norme in tema di legittima difesa. Le novità andrebbero a legittimare la difesa nei luoghi di privata dimora (o in quelli ad essi equiparati) allorquando l’azione avviene in reazione a un’aggressione notturna ovvero quando (anche di giorno) vi sia stata introduzione in detti luoghi con violenza (a cose o persone) o con minaccia o con inganno. Viene inoltre previsto che non sussiste il delitto di eccesso colposo di legittima difesa “quando l’errore è conseguenza del grave turbamento psichico causato dalla persona contro la quale è diretta la reazione posta in essere in situazioni comportanti un pericolo attuale per la vita, per l’integrità fisica [e cioè quanto taluno percuote un’altra persona ovvero solo minaccia di farlo] o per la libertà personale o sessuale”.

In sostanza non è vero che con la nuova legge sarebbe consentito sparare di notte, come in maniera imbecille viene strombazzato dai media, sia quelli a favore sia quelli contro il provvedimento. La nuova legge infatti andrebbe ad eliminare il giudizio di proporzionalità tra l’offesa e la difesa (già eliminato dalla legge del 2006, che consentiva di sparare nei luoghi privati a determinate condizioni) praticamente in tutti i casi di violazione di domicilio. Non solo! Viene di fatto abrogato il delitto di eccesso di legittima difesa (consentendo, per esempio, di sparare ad una persona che dopo un alterco spintoni o minacci di colpire con uno schiaffo).

È evidente, pertanto, che – qualora passasse questo disegno di legge – l’Italia verrebbe trasformata in film western, dove ogni questione verrebbe legittimamente decisa con duelli potenzialmente mortali. Quello che stupisce non sono tanto le bugie dei media, che falsamente dicono che la nuova legge consente di sparare solo di notte (come visto consente di sparare sempre), quanto, piuttosto, la reazione scomposta del 90% dei soggetti che si dicono essere contro il modello economico liberista attualmente dominante. Sappiamo, infatti, che la difesa privata (che non ha alcuna efficacia deterrente sulla criminalità) è la capitolazione definitiva dello Stato di fronte alle istanze delle élites liberiste (che ben possono permettersi eserciti privati a difesa dei propri beni) che vorrebbero eliminare quella (per loro) inutile fonte di spesa costituita dai Tribunali e dalle Forze dell’Ordine. Il fatto che il disegno di legge sia stato proposto e approvato dal PD dimostra, infine, due cose: 1) il Partito Democratico è un partito di destra reazionaria; 2) “le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra” (A. Bagnai http://goofynomics.blogspot.it/…/luscita-delleuro-redux-la-…).

Con l’introduzione della nuova norma, si teme il “far west”.

Il Canavese, 27 settembre 2018

“Le politiche di destra nel lungo periodo giovano solo alla destra”. La frase è del Senatore Alberto Bagnai, professore di economia di chiara origine socialista ed attualmente presidente della commissione economia e portavoce in materia della Lega. Ed infatti questo governo, di chiara rappresentanza popolare, è un governo di destra che sostituisce quelli precedenti (che pur dichiarandosi di sinistra hanno attuato feroci politiche di destra ridistribuendo i redditi dal basso verso l’alto, a favore cioè dall’elite finanziaria che elude l’enorme pressione fiscale e a cui vanno in gran parte gli interessi sul debito pagati dallo stato con le tasse dei meno ricchi).

Come tutti i governi di destra ha un programma di destra. La proposta di legge sulla legittima difesa, per esempio, ne è chiaro esempio. Il testo modificherebbe l’art. 52 del codice penale prevedendo che “si considera che abbia agito per legittima difesa colui che compie un atto per respingere l’ingresso o l’intrusione mediante effrazione o contro la volontà del proprietario o di chi ha la legittima disponibilità dell’immobile, con violenza o minaccia di uso di armi di una o più persone, con violazione di domicilio”.

Niente di eclatante e decisamente meglio della proposta di iniziativa popolare in merito presentata nella scorsa legislatura. Con la norma, in particolare, verrebbe abolito il giudizio di proporzionalità tra aggressione e difesa esattamente come accade negli USA, dove come è noto si può liberamente sparare all’intruso.

Gli effetti negativi per l’ordinamento sono duplici. Da un lato i malintenzionati (che comunque rimarranno, a nulla valendo il previsto inasprimento delle pene) si introdurranno nelle abitazioni armati a loro volta con possibile aumento di fatti di sangue e con conseguente stravolgimento della pace sociale. Dall’altro siffatta norma realizza un’ulteriore (e decisamente inammissibile perché va a toccare il fine primario dello Stato e cioè il monopolio della forza da parte dello Stato) privatizzazione di un servizio pubblico.

Ma se Atene piange Sparta non ride. L’altro partito di maggioranza, i 5 stelle, infatti hanno proposto una modifica costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari (nonostante gli italiani il 4 dicembre 2016 abbiano votato contro la simile riforma proposta dal PD). Ciò comporterebbe, da un lato, un’inammissibile taglio alla rappresentanza popolare (e l’Italia ha già un basso numero di parlamentari per abitanti rispetto al resto d’Europa) e, dall’altro, rendere ancora più difficile l’accesso agli scranni legislativi da parte di chi non è ricco (e in tal senso la proposta fa il paio con il taglio di vitalizi e stipendi della politica). Una campagna elettorale, infatti, ha costi insostenibili per un cittadino normale e riducendo il numero degli eletti (oltre che le loro retribuzioni) si renderebbe di fatto impossibile l’elezione di cittadini che non siano ricchissimi.

In conclusione si ritiene che manchi in Italia un partito “realmente” socialista (e quindi sovranista) che possa credibilmente fare opposizione a questo governo che, seppur presenti in parte istanze sovraniste, è e rimane un governo di destra.

 

Il risultato pratico di questa lucida – e competente – visione del problema è un breve post su Facebook che vi invito a leggere per intero. Qui riporto le ultime righe, che contengono soluzioni concrete alla questione:

Personalmente io sono per lo stato forte e per 0 (leggasi ZERO) armi in mano ai privati, ma si sa che sono un nostalgico dello stato di diritto e quindi, per le deboli menti degli arcobaleno plagiate da anni di propaganda elitista, un fascista. In pratica la mia soluzione è questa: più polizia, più tribunali, più carceri, più frontiere, meno armi in giro e tolleranza zero (che non significa pene esemplari ma solo certe e rieducative) per chi spara e per chi ruba.

Deforme costituzionali. Ancora.

Abbiamo una notizia brutta e una notizia bella.

La notizia brutta è che il Senato ha approvato il disegno di legge costituzionale che taglia il numero dei deputati (da 630 a 400) e dei senatori (da 315 a 200). La notizia bella è che i voti favorevoli sono stati soltanto 185 (M5s e Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia), per cui – qualora gli stessi numeri siano mantenuti anche nella seconda votazione richiesta dall’art. 138, Cost. – basterà un referendum per spazzare via l’ennesimo scempio alla nostra Carta Costituzionale.

Ad evitare il raggiungimento del quorum dei 2/3 dei senatori è stato il voto contrario del PD; scelta giusta, come al solito per il motivo sbagliato. Dario Parrini è stato infatti categorico nel fugare qualsiasi dubbio di ravvedimento piddino: “sì al taglio dei parlamentari da 945 a 600, previsto dal d.d.l. della maggioranza, ma a patto che si introduca una differenziazione di funzioni tra Camera e Senato”, come richiesto nel 2016 dalla quasi ritirata a vita privata Maria Etruria Boschi. L’emendamento a firma di tutti i migliori cascami renziani è stato però dichiarato inammissibile.

Ma perché si tratterebbe di una notizia brutta? In fondo i parlamentari italiani sono molti, costosi, poco produttivi… (aggiungete voi qualsiasi altro cliché a base di casta, cricca, corruzione, scaldare la poltrona & quant’altro).

Primo, perché non è vero. Secondo le elaborazioni del Servizio Studi del Senato, l’Italia è al 22° posto su 27 Paesi UE per rapporto fra numero di parlamentari e popolazione residente. Ovviamente, i Paesi in testa alla speciale classifica sono quelli più piccoli; e Francia, Spagna, soprattutto Germania hanno rapporti inferiori a quello italiano. Ma un rapporto maggiore lo hanno per esempio l’Austria, o la Gran Bretagna, o la morigeratissima Finlandia. D’altronde, Camera e Senato ci costano in complessivo circa 1 miliardo e mezzo di euro, cioè lo 0,2% della spesa pubblica annua complessiva. Se poi ci limitiamo ai soli stipendi dei parlamentari, la percentuale si riduce allo 0,03%. Per capirsi, ci vogliono 10 anni di Parlamento per fare i soldi che l’Italia ha già regalato al Meccanismo Europeo di Stabilità (quello che, con la scusa di devastare la Grecia, ha arricchito le banche tedesche e francesi).

Secondo, perché il costo della politica non è rappresentato dalla spesa delle Camere, ma dalle decisioni errate (come si legge qui: il tema, come si vede, è alquanto risalente). Ora, ridurre il numero dei parlamentari incrementa il rischio di decisioni errate da svariati punti di vista:

  • perché – senza entrare, in questa sede, nel discorso, connesso, relativo alle leggi elettorali – non assicura che siano eletti i candidati migliori, posto che più un collegio è grande e più sarà facile che a vincere la competizione sia non il più preparato, ma chi ha maggiori risorse economiche ed è meglio supportato da strutture partitiche;
  • perché – anche in questo caso, tralasciando la questione della legge elettorale – più i collegi sono ridotti e più è plausibile che specifiche istanze, a carattere locale o fortemente connotate ideologicamente (si pensi alla tradizione repubblica in Romagna), trovino rappresentanza in Parlamento, con conseguente aumento della dialettica e della ponderatezza nelle decisioni;
  • perché minore è il numero dei parlamentari, maggiore è il potere dei lobbisti, che devono spendere meno soldi e meno tempo per convincerli.

Quest’ultimo è il punto qualificante, soprattutto perché pare il primo tassello di un disegno coerente, quello di svuotare – ancora di più di quanto già accaduto nell’ultimo ventennio – il ruolo del Parlamento.

Cos’è, in fondo, il vincolo esterno, se non un modo per esautorare il Parlamento a favore di luoghi maggiormente al riparo dal processo elettorale? Di risolvere, cioè, un problema che le oligarchie si pongono da due millenni e mezzo?

A cosa serve tutta la retorica sul voto elettronico, sulla blockchain, su qualsiasi tipo di tecnologia che in sostanza permetta, ai sicuramente inesistenti malintenzionati che decidano di fare qualche broglio alle elezioni, di passare notti insonni con in mano una matita copiativa?

A che cosa sarebbe servito, infine, l’impresentabile proposta del Movimento 5 stelle per l’introduzione del vincolo di mandato, con un ribaltamento paradossale dell’art. 67, Cost.? (Sulla questione – assai complessa, perché coinvolge la libertà di coscienza del singolo parlamentare, l’organizzazione dei parlamentari in gruppi propria dei moderni organi legislativi, il rapporto fra sistemi elettorali proporzionalistici e mutamenti di schieramento politico degli eletti – si rimanda alle pagine, lucidissime, di Mortati, Istituzioni di diritto pubblico, Padova, 1969, I, 466 ss.).

Ma – e chi scrive si rende conto di andare contro il comune sentire anche di molte persone che, il più delle volte, la pensano come lui – a cosa serve, infine, anche la strampalata idea di Fraccaro and friend di inserire in Costituzione il referendum propositivo (in combinato disposto con una procedura che agevola la discussione di propose di legge di iniziativa popolare) ed eliminare contestualmente il quorum del numero dei votanti per la validità della consultazione, a favore di un più ridotto quorum di voti favorevoli?

Gli effetti sono potenzialmente devastanti. Poiché le Camere sono obbligate a prendere una decisione sulla proposta di legge di iniziativa popolare entro diciotto mesi, altrimenti è indetto il referendum, il Parlamento e il governo sarebbero facilmente espropriati quanto meno del loro ordine del giorno, quando non addirittura dell’indirizzo politico. Non solo: si immagini il caso di frequenti approvazioni, da parte delle Camere, di leggi di iniziativa popolare con modifiche: quella specie di ordalia referendaria che dovrebbe permettere ai cittadini di scegliere il testo preferito finirebbe per innescare un conflitto permanente tra Parlamento e corpo elettorale, con conseguenze inimmaginabili sulla stabilità della maggioranza e, addirittura, sulla sorte della legislatura. Per non parlare, infine, delle tensioni ai limiti della tenuta istituzionale fra Corte Costituzionale e corpo elettorale, in caso di referendum su leggi di iniziativa popolare che intervengano su rapporti internazionali (a partire dalle questioni Euro e UE) o comportino nuove spese per lo Stato e richiedano, dunque, specifiche coperture.

Il disegno è fin troppo chiaro: dare al popolo l’illusione di poter decidere direttamente, in modo da svuotare il Parlamento, luogo della decisione democratica, così da avvantaggiare altri luoghi, in cui scelte fondamentali sono fatte in modo assai meno trasparente.

Se proprio proprio volete rompervi le corna con questa povera Costituzione, accettate un consiglio gratis: non inventatevi nulla. Avete 20 anni di riforme orrende da smontare, per tornare al testo del Quarantotto.

Il conflitto (di attribuzione) fra PD e democrazia

Questo blog è nato per dimostrare una specifica tesi, che la Costituzione del 1948 – col suo impianto lavorista, democratico e sociale – non ha retto all’aggressività dell’ordoliberismo dei Trattati UE, sia per l’esistenza di alcune falle nel testo originario della Carta (probabilmente dovute alla genesi della stessa, dopo una guerra persa e un trattato di pace particolarmente penalizzante), sia per le improvvide modifiche che nel tempo si sono stratificate (in particolare: la riforma del Titolo V nel 2001, governo Amato, e dell’art. 81 nel 2012, governo Monti), sia per la volontà specifica – da parte di chi avrebbe dovuto proteggerla (Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale) – di contribuire a snaturarla.

Il ricorso per conflitto di attribuzione (art. 134, secondo alinea, Cost.) da parte del gruppo parlamentare al Senato del PD, che ha impugnato al recente legge di bilancio, è la plastica rappresentazione specialmente dell’ultimo assunto.

“La Corte costituzionale giudica… sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato…”: si tratta dei c.d. conflitti interorganici (per distinguerli dai conflitti intersoggettivi, p.e. quelli fra Stato e Regioni). In sostanza, secondo Marcucci & co. il governo, presentando, more solito, il maxi-emendamento con cui ha riscritto la legge di bilancio e ponendo sullo stesso, more solito, la questione di fiducia, prima tuttavia dell’esame da parte della Commissione bilancio, avrebbe violato l’art. 72, c. 1, Cost.. Con alti lai da parte di interessati sacerdoti della centralità del Parlamento, di cui strumentalmente danno un’immagine oleografica e ottocentesca, oltre che – ça va sans dire – completamente inesistente. Tra questi si è distinto anche Guido Crosetto, rappresentante di un partito che ambisce a ripercorrere tutte le tappe di Alleanza Nazionale, soprattutto quelle verso l’irrilevanza dell’ultimo Gianfranco Fini.

Senonché, secondo la legge e la giurisprudenza della Corte costituzionale il conflitto di attribuzione può essere sollevato solo da “organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono e per la delimitazione della sfera di attribuzioni determinata per i vari poteri da norme costituzionali” (cfr. art. 37, c. 1, L. n. 87 del 1953). La Corte costituzionale ha comunque ammesso la legittimazione di organi che, a  stretto rigore, non sono organi di vertice (i singoli rami del Parlamento, il Consiglio dei ministri, i singoli giudici ed i pubblici ministeri, il Presidente della Repubblica, se stessa, la Corte dei conti, il Consiglio superiore della magistratura, le Commissioni parlamentari di inchiesta, addirittura il Comitato promotore di un referendum abrogativo, ecc.), ma ha di contro sempre escluso la legittimazione dei partiti politici (ordinanza n. 79 del 2006 e n. 120 del 2009) e, sia pure in modo non del tutto netto, anche quella dei gruppi parlamentari (ordinanza n. 149 del 2016 – “il presente conflitto, nei termini in cui è stato articolato, «non attinge al livello del conflitto tra poteri dello Stato, la cui risoluzione spetta alla Corte costituzionale»…, inerendo le argomentazioni addotte nel ricorso esclusivamente alla lesione di norme del Regolamento del Senato e della prassi parlamentare…” – e n. 280/2017).

Né pare che a diversa conclusione si possa giungere argomentando dalla crescente importanza dei gruppi nei regolamenti parlamentari (così il renzianissimo Bin) e nella concezione “non più atomistica della rappresentanza” (così l’ancor più renziano Ceccanti), posto che pare in ogni caso arduo comprendere quali siano – nel caso di specie – “le attribuzioni in contestazione” e come possano essere “di spettanza” di questa o quella articolazione del Parlamento, o quale “atto viziato da incompetenza” (sic!) debba essere annullato. Non a caso, la Corte – anche se con qualche parziale ripensamento – ha normalmente negato la possibilità di sollevare un conflitto di attribuzione nei confronti di un atto legislativo (rispetto al quale è previsto il c.d. ricorso incidentale: v. sentenza n. 284 del 2005), e lo stesso renzianissimo duo sopra citato evidenzia come un’eventuale accoglimento del ricorso da parte della Corte non potrebbe (e, per ovvie considerazioni di opportunità politica, non dovrebbe) condurre all’annullamento della legge di bilancio.

In altri termini: il PD ha presentato un ricorso che – anche se accettato – non porterà a conseguenze concrete e lo ha fatto con il precipuo obiettivo di combattere (come al solito, per via giudiziaria) una battaglia politica, meglio: partitica. Contro gli interessi del Paese. E quello che fa più male è che nel messaggio di fine anno il Presidente della Repubblica è parso sponsorizzare questa, diciamo, bella trovata (“la grande compressione dell’esame parlamentare e la mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali richiedono adesso un’attenta verifica dei contenuti del provvedimento. Mi auguro – vivamente – che il Parlamento, il Governo, i gruppi politici trovino il modo di discutere costruttivamente su quanto avvenuto; e assicurino per il futuro condizioni adeguate di esame e di confronto“).

Eppure, il conflitto di attribuzione è un istituto che questo governo avrebbe dovuto, e tuttora dovrebbe, guardare con attenzione.

Quando, incaricato Conte, il Presidente della Repubblica si è rifiutato di controfirmare la lista dei ministri, ben si sarebbe potuta esperire la via del conflitto di attribuzione innanzi la Corte Costituzionale, che avrebbe così potuto fare chiarezza rispetto a un testo così laconico come l’art. 92, Cost. (per una buona rassegna cfr. Lollo, di cui tuttavia non si possono condividere le conclusioni). In questo modo si sarebbe evitato sia l’imbarazzo di un impeachment minacciato e revocato nello spazio di un mattino (oltre che infondato, essendo stato il comportamento di Mattarella certamente grave ed extra ordinem, ma non così reiterato da giustificare il ricorso all’art. 90, Cost.), sia un pericoloso precedente che – in futuro – potrà essere utilizzato da altri P.d.R. che vogliano ingerirsi nell’indirizzo politico (che vogliano, per dirla col Foglio, “governare”) di un esecutivo non abbastanza “amico”.

Ma Conte – per opportunità politica (?) – non lo ha voluto fare. Sarà ugualmente per opportunità politica che il medesimo Conte non ha ancora sollevato conflitto anche in relazione alla nomina del nuovo Presidente della Consob, visto che né Rinaldi né Minenna hanno incontrato i favori del sullodato Mattarella (il quale, di contro, non aveva fatto un piego alla nomina di Nava, in comando per ragioni di servizio concesso dalla Commissione europea)?

L’Unione fondata sulle percentuali – alla ricerca dei parametri UE di finanza pubblica

Mi pare di riscontrare grande confusione, in particolare a livello giornalistico, in merito al contenuto delle norme europee che regolano la gestione della finanza pubblica degli Stati membri ed alle loro modalità di applicazione. La situazione, però, è tutt’altro che eccellente.

Certamente, non aiuta a orientarsi la giungla di norme sparse nei Trattati UE, in Trattati internazionali, nella Costituzione, Regolamenti, Leggi e chi più ne ha più ne metta. Qualche punto fermo, tuttavia, può essere messo, iniziando dal principio – i Trattati UE – e scendendo poi, giù per li rami, fino alle tecnicalità esoteriche dei mandarini di Bruxelles(tecnicalità che, vedremo, contengono pre-decisioni politiche fondamentali).

Se la Repubblica è fondata sul lavoro, l’UE è certamente fondata sulle percentuali.

In neretto sono riportate le principali disposizioni rilevanti. In tondo maggiori approfondimenti sulle stesse. In corsivo, le mie considerazioni, spesso un po’ amare.

Prima considerazione: i Trattati UE (il Trattato di Roma e il Trattato di Maastricht) fanno riferimento soltanto alla “regola del 3%” in materia di rapporto fra deficit e PIL, e alla soglia del 60% per quanto attiene il rapporto fra debito pubblico e PIL.

La manovra in discussione in Parlamento, che presenta un rapporto deficit / PIL inferiore al 3%, non viola – da questo punto di vista – l’art. 126 del Trattato di Roma.

In ogni caso, la reazione dell’UE a eventuali violazioni delle norme è rimessa al Consiglio che decide (a maggioranza qualificata: almeno 15 Paesi e il 65% della popolazione) con apprezzamento discrezionale (politico, non tecnico).

Il combinato disposto dell’art. 126, parr. da 1 a 5, e del Protocollo n. 12 del Trattato di Roma (TFUE) si limita a stabilire che, qualora un Paese esponga o rischi di esporre un rapporto “disavanzo pubblico, previsto o effettivo” (deficit) e un prodotto interno lordo (PIL) superiore al 3%, ovvero un rapporto fra debito pubblico e PIL superiore al 60%, la Commissione – salvo il caso di miglioramento continuo dei conti o di sforamento eccezionale – relaziona al Consiglio, tenendo conto anche della “spesa pubblica per gli investimenti” e degli “altri fattori significativi, compresa la posizione economica e di bilancio a medio termine dello Stato membro”. Fine.

Ai parr. 6 ss., invece, si statuisce che “il Consiglio, su proposta della Commissione…, decide [a maggioranza qualificata: 15 Paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’Unione], dopo una valutazione globale, se esiste un disavanzo eccessivo”. In caso di non ottemperanza, “può [non: deve!] decidere di intimare allo Stato membro di prendere, entro un termine stabilito, le [suddette] misure…” e, come extrema ratio, “può [non: deve!] decidere di applicare” determinate sanzioni, anche pecuniarie. Le scelte del Consiglio, dunque, sono sempre eminentemente politiche, certamente non tecniche.

Norme più stringenti sono state introdotte, in particolare per i Paesi dell’Eurozona, del Fiscal Compact.

Le regole introdotte dal Fiscal Compact, in particolare il pareggio di bilancio, sono la cifra qualificante di un sistema politico-economico di stampo strettamente liberista, in cui lo Stato si pone come arbitro neutro del gioco economico: “l’Unione instaura un mercato interno” e “si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva”.

Stabilità dei prezzi, cioè – come vedremo – disoccupazione strutturale, indipendenza della banca centrale (con conseguente creazione di un”quarto potere”, quello monetario), scarsità indotta della moneta, in contrasto (come minimo) con gli artt. 1 (Repubblica fondata sul lavoro), 4 (diritto al lavoro), 36 (diritto a una retribuzione dignitosa), 47 (controllo del credito a fini di utilità sociale) e 95 (unitarietà dell’indirizzo politico in capo al governo) della Costituzione.

Economia sociale di mercato, cioè – come si è avuto modo di sottolineare nei post precedenti – un sistema in cui lo Stato progressivamente riduce il proprio intervento nell’economia (intesa in senso lato, dunque comprensivo dei servizi sociali) fino al pareggio di bilancio e, dunque, ha una funzione neutra nei rapporti economici, con ciò oggettivamente favorendo chi, nella competizione, risulta il più forte, in contrasto (ma proprio a restare in superficie) con gli artt. 2 (principio personalista), 3 comma 2 (uguaglianza sostanziale), 41 commi 2 e 3 (utilità sociale e coordinamento a fini sociali dell’iniziativa economica privata e pubblica) della Costituzione.

Il Fiscal Compact è un Trattato internazionale e non fa parte del diritto dell’Unione Europea (che, anzi, ha espressamente votato contro questa eventualità): il collegamento è assicurato da 8 Regolamenti (noti come six pack two pack) e – per quanto attiene l’Italia – dalle modifiche costituzionali di cui alla l. cost. n. 1 del 2012 (mod. artt. 81, 97, 117, 118, Cost.).

I Paesi firmatari si impegnano a: (a) un aggiustamento annuo, in linea di principio dello 0,5% del PIL, della spesa della PA, fino al raggiungimento di un obiettivo deficit / PIL in termini strutturali di medio termine (OMT) che conduce al pareggio di bilancio a tendere; (b) una riduzione “forzosa” del rapporto debito / PIL fino almeno al 60% attraverso il c.d. “vincolo di crescita della spesa” (per cui la crescita effettiva della spesa deve essere annualmente inferiore alla crescita del PIL potenziale di un certo “margine di convergenza” predeterminato per ciascun Paese).

A rendere più stringenti le disposizioni dei Trattati intervengono i Reg. nn. (UE) 1466/97 e 1467/97 del 7 luglio 1997 (“Patto di stabilità e crescita”), modificati nel 2005 e, più profondamente, nel 2011, quando 25 Stati membri (tutti, esclusi Regno Unito e Repubblica Ceca) sottoscrivono il “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance  nell’Unione economica e monetaria”, meglio noto alle cronache come “Fiscal Compact“). Sottolineiamo fin da subito un punto importante: si tratta di un Trattato internazionale, collegato all’Unione Europea ma al di fuori delle fonti del diritto comunitario.

L’art. 4 estremizza la regola del debito (“quando il rapporto tra il debito pubblico e il PIL… supera il valore di riferimento del 60%…, tale parte contraente opera una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno…”), mentre l’art. 3 specifica meglio il principio del pareggio di bilancio. Ai sensi del par. 2, gli Stati contraenti devono garantire (salvo che non vantino un rapporto debito/PIL “significativamente” inferiore al 60%, ovvero non abbiano subito calamità naturali o si trovino in periodi di grave recessione economica) un deficit strutturale “pari all’obiettivo di medio termine specifico per il Paese, quale definito nel patto di stabilità e crescita… , con il limite inferiore di un disavanzo strutturale dello 0,5% del… [PIL]” (che, grazie alla clausole di flessibilità connesse a investimenti e riforme strutturali può giungere fino a -0,25%). Per l’Italia l’OMT coincide con il pareggio di bilancio “in termini strutturali”: pertanto, il saldo effettivo della PA è nettato delle misure una tantum ed è corretto per l’impatto previsto del ciclo economico (c.d. “saldo corretto per il ciclo”). Per calcolare quest’ultimo si tiene conto del c.d. output gap, che misura la posizione ciclica di un’economia sulla base della differenza tra i tassi di crescita del PIL reale e del PIL potenziale. Su quanto (poco) tecnico e quanto (molto) politico sia questo concetto, si rimanda a un rigoroso ma godibilissimo articolo del prof. Bagnai.

Il “collegamento” fra il Fiscal Compact e l’ordinamento comunitario è assicurato da otto (!) Regolamenti emanati ai sensi dell’art. 136 del TUE (cooperazione rafforzata in materia di bilancio per i soli Stati dell’Eurozona, ai sensi dell’art. 136 del TFUE), il c.d. six pack del 2011 e il c.d. two pack del 2013. Il two pack, nella sostanza, prevede un calendario fisso di comunicazioni dei principali documenti economici degli Stati membri alla Commissione e il diritto della Commissione stessa di formulare un giudizio sulle leggi di bilancio dei Paesi dell’Eurozona (è la cronaca di queste settimane). Il six pack, invece, si qualifica in particolare per l’introduzione del “vincolo di crescita della spesa” (o “expenditure benchmark“), che mette in relazione la regola del deficit e la regola del debito (riduzione annua del debito / PIL). Dato un tasso di crescita di medio periodo del PIL potenziale, calcolato come media delle stime dei precedenti 5 esercizi, della stima per l’esercizio corrente e delle proiezioni per i quattro esercizi successivi, e una spesa pubblica rettificata secondo regole specifiche (tra cui: depurazione dell’aggregato dalla volatilità intrinseca della spesa per investimenti; considerazione di previsioni tendenziali a legislazione vigente; utilizzo del deflatore del PIL calcolato dalla Commissione UE), per i Paesi che hanno già raggiunto l’OMT la crescita della spesa pubblica non deve essere più elevata del parametro medio relativo al PIL potenziale, mentre per gli altri (tra cui l’Italia) il tasso di crescita della spesa deve essere inferiore a quello del PIL potenziale e coerente con un miglioramento del saldo strutturale di almeno 0,5 punti in termini di PIL (salve correzioni in caso di investimenti “graditi” alla UE, gravi crisi economiche, spese per i migranti).

Sembrano regole astruse da contabili in crisi d’astinenza. In realtà – come detto sopra – sottendono a uno specifico disegno politico.

In particolare, è opportuno ricordare anche ai non iniziati che l’output gap, cioè la differenza fra PIL reale e PIL potenziale, può essere calcolato solo previa determinazione del PIL potenziale, il quale è influenzato in modo significativo dal NAWRU. Ora, quest’ultimo non è il nome di una riposante isola polinesiana, bensì l’acronimo di not-accelerating wage rate of unemployment, cioè – tradotto in italiano – di “tasso di disoccupazione che non porta ad un aumento delle paghe”. Chiaro? Lo Stato può porre in essere politiche anticicliche soltanto laddove queste non incidano sull’occupazione in modo così incisivo da incrementare la quota salari rispetto alla quota profitti. Con buona pace del principio della piena occupazione, che informa di sé l’intera Costituzione del 1948.

Il “collegamento” fra il Fiscal Compact e l’ordinamento italiano è invece assicurato (oltre che dalla legge di ratifica n. 114 del 23 luglio 2012 e dagli 8 Regolamenti UE che “entrano” nel sistema del nostro Paese attraverso l’art. 11, Cost.) dagli artt. 81, 97, 118, Cost., come mod. con L. cost. 1 del 2012.

In particolare, ai sensi dell’art. 81, “lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali… Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale”.

Questa riserva di legge rinforzata ha trovato attuazione nella legge 24 dicembre 2012, n. 243. In primo luogo, la legge ribadisce l’obbligo per le amministrazioni pubbliche di concorrere ad assicurare l’equilibrio dei bilanci, specificando che tale equilibrio corrisponde appunto all’OMT individuato sulla base dei criteri stabiliti dall’ordinamento dell’UE e degli “accordi internazionali in materia” (il Fiscal Compact). I documenti di programmazione finanziaria e di bilancio stabiliscono, per ciascuna annualità del periodo di programmazione, gli obiettivi del saldo del conto consolidato (ed i relativi mezzi per il loro raggiungimento) tali da assicurare almeno il conseguimento dell’OMT, ovvero il rispetto del percorso di avvicinamento a tale obiettivo nei casi scostamento dall’obiettivo previsti per eventi eccezionali.

In relazione alla regola del debito, la legge dispone che i documenti di programmazione finanziaria e di bilancio stabiliscano obiettivi relativi al rapporto debito pubblico/PIL coerenti con quanto disposto dall’ordinamento dell’UE (rapporto debito/PIL entro il 60%, ovvero percorso di riduzione fino a tale soglia secondo le norme sopra descritte). Per quanto attiene la regola della spesa, si ribadisce che il tasso annuo programmato di crescita della spesa della PA non può essere superiore a quello derivante dalle regole europee, con richiamo inter alia al concetto, come visto assai controverso, di PIL potenziale.

Le votazioni di ciascuna Camera con cui sono autorizzate deviazioni rispetto agli obiettivi prefissati, in caso di calamità o altri eventi previsti dalle norme europee, e con cui sono approvati i piani di rientro, sono adottate a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti.

Onde aderire in pieno al Fiscal Compact, la legge prevede anche un “meccanismo di correzione”: pertanto, ove il Governo accerti, in base ai dati di consuntivo, che si è verificato, rispetto all’obiettivo programmatico, uno scostamento del saldo strutturale – riferita al risultato dell’esercizio precedente ovvero, in termini cumulati, a quelli dei due esercizi precedenti – pari o superiore allo “scostamento considerato significativo” dall’ordinamento UE e dal Fiscal compact, deve immediatamente indicare le misure correttive tali da assicurare il ritorno all’OMT entro l’anno successivo.

La legge continua poi col c.d. “patto di stabilità interno”, rivolto agli Enti territoriali minori, che fortunatamente è stato parzialmente disinnescato da alcune note sentenze della Corte Costituzionale, per poi concludersi con disposizioni sul “bilancio dello Stato”. Spicca, in questo contesto, il principio secondo cui i maggiori oneri derivanti dalla legge di bilancio di un esercizio devono risultare compatibili con il rispetto dell’equilibrio tra le entrate e le spese del bilancio inteso in termini di coerenza con gli obiettivi di saldo del conto economico consolidato volti ad assicurare il conseguimento dell’OMT.

 

Questa congerie di norme trova applicazione, con tutti gli arbitri sopra ricordati, nella Relazione ai sensi dell’art. 126, par. 3, del TFUE, (doc. COM(2008) 809 del 21.11.2018). La Commissione, per la prima volta da quando esistono le attuali regole, ha deciso di intraprendere una procedura di infrazione nei confronti di uno Stato membro per violazione della “regola del debito”.

Basterebbe questo per comprendere come la questione non sia tecnica. Meno che mai riguarda qualche decimale di PIL. La questione (come dimostra anche il fatto che la procedura può essere evitata, nel caso in cui le politiche economiche dello Stato sia improntata ai desiderata della Commissione: riforme strutturali, accoglienza dei migranti, pareggio di bilancio…) è schiettamente politica, da un duplice punto di vista: da un lato, vi è la volontà delle autorità di Bruxelles di dimostrare, così come accaduto nei confronti della Grecia del primo Tsipras, che chi si ribella alle “regole” (eteroimposte) viene punito, secondo il cliché di qualsiasi impero alle prese con una provincia ribelle, dall’imperatore Tito in poi (non a caso Monti, il viceré per eccellenza, ha parlato di “Tsipras moment” per il governo giallo-verde”); dall’altro, il terrore che la manovra espansiva predisposta dal governo italiano funzioni, così sovvertendo, per tabulas, i mantra vetero-liberisti e neo-demenziali da Bocconi boys che pervadono la propaganda UE dalla sua fondazione.

Tutte le norme che abbiamo visto sopra si declinano nella Relazione d’autunno della Commissione che, come prima cosa, non può che prendere atto di un rapporto deficit / PIL inferiore al 3%. “Le previsioni d’autunno 2018 della Commissione prevedono per l’Italia un disavanzo pubblico pari all’1,9 % del PIL nel 2018 e al 2,9 % nel 2019… L’Italia rispetta pertanto il criterio del disavanzo definito nel trattato e nel regolamento (CE) n. 1467/97…”.

Resta però il debito pubblico italiano, tradizionalmente molto elevato rispetto al vincolo di Maastricht (60% del PIL). “Secondo il documento programmatico di bilancio 2019 riveduto, nel 2018 il rapporto debito / PIL scenderebbe al 130,9 %… Per il 2019, il documento programmatico di bilancio 2019 riveduto prevede un forte calo del  rapporto debito/PIL di 1,7 punti percentuali al 129,2%… [Invece], secondo le previsioni della Commissione il rapporto debito / PIL rimarrebbe sostanzialmente stabile nel 2019 al 131,0 %… … La Commissione prevede [altresì] che il rapporto debito / PIL rimanga nel complesso stabile anche nel 2020… Nel complesso, dall’analisi si desume a prima vista che, stando sia al documento programmatico di bilancio 2019 riveduto che alle previsioni della Commissione e prescindendo da tutti i fattori significativi illustrati nel seguito della relazione, il criterio del debito ai sensi sia del trattato che del regolamento (CE) n. 1467/97 non è rispettato”.

Fattori significativi“. Con questa espressione (ripresa dall’art. 2, par. 4, del regolamento n. 1467/97) la Commissione indica, oltre a “condizioni macroeconomiche negative” (che, secondo i mandarini di Bruxelles, non sarebbero presenti nella fiorente Italia del 2018), anche una serie di ulteriori elementi il cui discrezionale apprezzamento può portare alla decisione di non aprire una procedura di infrazione. Elementi che la Commissione tratta con riferimento ai loro (supposti) effetti macroeconomici di medio o lungo periodo ma che, in realtà, hanno una valenza squisitamente politica, nel senso di rappresentare istanze rientranti nei fondamenti ordoliberisti che abbiamo visto improntare di sé i Trattati.
In particolare, la Relazione si concentra sulla deviazione rispetto al raggiungimento dell’OMT (cioè del pareggio di bilancio strutturale) determinato dal maggior deficit previsto nella bozza di legge di bilancio per il 2019 e sulla volontà, in particolare di Matteo Salvini, di rimettere mano alla Legge Fornero.

Anzi, la Commissione vorrebbe barattare un atteggiamento più benevolo con un’ulteriore stretta sulle pensioni (soprattutto quelle calcolate con sistema retributivo) e uno spostamento della tassazione dal reddito al consumo (Iva, registro) e al patrimonio (tassazione delle rendite finanziarie).

Le breve analisi che precede ha dunque mostrato come le regole che costringono, come un nodo gordiano, la politica economica del nostro Paese si articolano su più livelli, nazionale (anche di rango costituzionale), internazionale (pattizio) ed europeo (dunque dotato della particolare garanzia dell’art. 11, Cost.).

Le norme di diritto internazionale generalmente riconosciute informano il sistema giuridico e, pertanto, si pongono fra i principi fondamentali della Costituzione, che li ha recepiti per relationem (art. 10, c. 1, Cost). Si tratta di consuetudini (la più nota delle quale è pacta sunt servanda).

Le norme pattizie di diritto internazionale, invece, in linea generale hanno lo stesso rango del relativo provvedimento di attuazione (legge costituzionale, legge ordinaria, decreto), salvo riconoscere ad esse una speciale “resistenza”, atta a farle prevalere su norme successive di pari rango (secondo un principio di specialità sui generis, accolto nell’art. 117, c. 1, Cost., come riformato dalla L. Cost. n. 3 del 2001).

Infine, uno status particolare è attribuito ai Trattati europei e al diritto da essi derivato, che patirebbero come una unica limitazione alla loro applicazione in Italia i “principi fondamentali dell’ordinamento” (c.d. “controlimiti”). Patirebbero: vi è infatti una parte della dottrina, forse minoritaria ma che certamente potrebbe essere valorizzata in chiave europeista dalla Corte Costituzionale, attualmente assai sbilanciata verso posizioni di scarsa tutela dell’ordinamento interno, secondo cui la “europeizzazione” del dei postulati fondamentali delle Carte degli Stati membri renderebbe ormai desueto anche i “controlimiti”.

 

Alla fine di questo lungo e tedioso commento si palesa finalmente il problema di fondo che si trova innanzi chiunque voglia nuovamente dotare l’Italia di sovranità monetaria, economica e politica. Le autorità europee ed i succubi governi italiani, da Monti in avanti, hanno creato un sistema istituzionale così intricato da non essere quasi modificabile senza forzature istituzionali. Soprattutto finché vi sarà una Corte Costituzionale tetragona nel sovra-ordinare, se non nelle parole certamente nei fatti, la Carta del 1948 ai Trattati UE. Siccome l’art. 81, Cost., in sé, è norma tutto sommato neutra, potrebbe essere un primo passo l’abrogazione della L. n. 243 del 2012 (c.d. “Legge Giorgetti”); ma cancellare questa legge significherebbe rendere nei fatti inefficace il six compact, che è diritto dell’Unione, con conseguente violazione – nel sistema concettuale degli attuali Giudici costituzionali – dell’art. 11, Cost.. Anche modificare l’art. 81, Cost. in senso antitetico rispetto al contenuto dei Regolamenti UE potrebbe essere complesso, dal momento che significherebbe non rispettare un Trattato internazionale sottoscritto dal nostro Paese e tuttora in vigore. Si immagina che, in questo caso, ad opporsi sarebbe il Capo dello Stato, cui non manca il gusto dell’ingerenza nell’indirizzo politico. Potremmo allora pensare di recedere dal Fiscal Compact, ma gran parte della normativa UE lo presuppone, così che torneremmo alla prima casella di questo assurdo Gioco dell’Oca. Resta infine l’ipotesi più tranchant, l’uscita dall’Euro (e/o dall’UE). Sulle cui difficoltà non mi dilungo.

Tutto questo per dire cosa? Che qualsiasi operazione di recupero di sovranità da parte dell’Italia richiede in primo luogo una consonanza di obiettivi di tutti gli attori istituzionali, oggi palesemente mancante; che si tratta di processi complessi anche dal punto di vista giuridico, che richiedono oggettivamente del tempo, esponendo nel medio termine il Paese alle fibrillazioni dei mercati finanziari e alle rappresaglie delle Autorità europee; che per resistere a queste ultime è necessario previamente dotarsi di strumenti che non è certo che siano attualmente posseduti dall’Italia. Un po’ di pazienza, a volte, è necessaria.

Ero Stato Costituzionale

La Costituzione Italiana, quella del 1948, disegna una Repubblica basata sulla sovranità popolare, sul principio lavoristico, sui diritti sociali. I Trattati UE – il Trattato di Roma e il Trattato di Maastricht – impongono uno spazio politico e economico comune basato su una “economia sociale di mercato fortemente competitiva”.

I due sistemi – come dimostrato ripetutamente da Barra Caracciolo, Bagnai, Giacché, e altri – sono inconciliabili; così che la lettura della Costituzione alla luce dei Trattati, tipica della prassi di diversi organi costituzionali (il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale in primis), comporta un cedimento della prima a favore dei secondi.

Di questo, e di altro, abbiamo parlato con Antonello Zedda su Meglio di Niente Radio.

Fine processo mai – incostituzionalità e dannosità (di Valerio Donato)

La proposta del ministro Bonafede di introdurre la sospensione della prescrizione in materia penale dopo la sentenza di primo grado ha sollevato inevitabili polemiche. Che non si sono placate neppure dopo il “parziale rinvio” ottenuto dalla Lega.

Pubblico dunque sulla materia un ottimo intervento di Valerio Donato, avvocato piemontese, laureato nel 2003 con una tesi sull’istituzione di una procura europea. Scrive di sé: “da sempre convinto europeista mi sono ricreduto nel 2011 allorquando il governo Berlusconi fu fatto cadere per avere discusso l’euro. Da allora grazie a (nell’ordine di scoperta) Scenari Economici, Orizzonte 48 e Goofynomics ho sviluppato la critica a questo sistema dittatoriale che ha silenziato la Costituzione italiana. Recentemente ho contribuito a mandare a casa la maggioranza del PD dal comune di Ivrea”.

Io gli sono grato sia del contributo qui riportato (che spero sia il primo di una lunga e proficua collaborazione), sia della sua attività politica (e, immagino, gli eporediesi ancora più di me).

 

Negli ordinamenti ispirati allo stato di diritto esiste l’istituto della prescrizione che ha la prima funzione di dare certezza ai rapporti giuridici. Se il titolare di un diritto non lo esercita per un certo periodo si presume che vi rinunci e non potrà cambiare idea in futuro perché il compiersi del termine di prescrizione lo rende impossibile.

In tema di diritti individuali, tuttavia, la prescrizione può sempre essere interrotta e ciò fa correre un nuovo e uguale periodo. Nel diritto penale, a differenza di quello civile, la prescrizione non può comunque superare un termine di durata massima a prescindere dal compimento di atti interruttivi. Ciò, evidentemente, per rispettare i principi costituzionali in materia (l’art. 27, Cost prevede che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, il 24 che la difesa è un diritto inviolabile e il 111 che il processo deve avere una ragionevole durata). Il diritto penale, in particolare, serve, oltre che a impedire la giustizia privata (funzione primigenia dello stato stesso, che ha ragione di esistere solo se assicura la giustizia esercitandone il monopolio): come deterrente alla commissione di specifici (principio di tassatività e di extrema ratio) fatti (funzione general preventiva); come deterrente a che il singolo colpevole continui a commettere reati (funzione special preventiva); per far si che il reo possa, attraverso la pena, redimersi e tornare a comportarsi come tutti gli altri cittadini (funzione rieducativa della pena).

Appare evidente quindi che, davanti a un fatto di gravità tale da essere previsto come reato, lo stato debba esercitare immediatamente il proprio monopolio sulla Giustizia attivando un procedimento (dal latino andare da un punto, il reato, ad un altro, la sentenza) per accertare la commissione del fatto stesso e, in caso di riposta positiva, punirne l’autore.

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Il Ministro Bongiorno ha criticato aspramente la proposta del Ministro Bonafede

Ora, punire dopo un lasso di tempo notevole, come vorrebbe l’abolizione della prescrizione, non solo non è utile ma è addirittura dannoso. Il colpevole infatti sarà una persona completamente diversa da quella che ha commesso l’illecito (vanificando quindi la funzione rieducativa della pena) e/o avrà potuto continuare a delinquere (vanificando quindi la funzione special preventiva della pena) e nelle persone offese il ricordo del torto subito sarà stato dimenticato (riaprendo quindi ferite ormai curate). Il reo inoltre avrà enormi difficoltà a difendersi avendo perso ogni possibilità di dimostrare la propria innocenza.

Non a caso a favore dell’eliminazione della prescrizione vi è quella parte della magistratura spesso accusata di fare politica attraverso la giustizia, che ora accusa l’avvocatura (la prima cosa che il regime dei colonnelli in Grecia eliminò furono i consigli dell’ordine degli avvocati) di fare di tutto per rallentare i processi utilizzando “la prateria di eccezioni possibili”. Sennonché le eccezioni processuali sono la garanzia del diritto di difesa e sono possibili proprio grazie alla sciatteria con cui spesso viene amministrata la giustizia (si pensi al rinvio di un processo perché la procura non ha notificato il capo di imputazione all’imputato!). È evidente quindi che con l’abolizione del termine massimo di prescrizione si andrebbero a legittimare ritardi e mancanze di diligenza sottoponendo i cittadini (siano essi colpevoli o vittime) all’imperio dello stato (che è cosa possibile solo per amministrare quella giustizia che troppo spesso viene negata – si pensi a tutte le norme e i balzelli introdotti recentemente per impedire l’accesso dei cittadini alla giustizia civile) per un tempo indefinito. Cosa evidentemente inaccettabile.

Il Pedante – P.P. Dal Monte “Immunità di legge” (Quasi una recensione)

vaccini_fronte_high-703x1024Ho letto il libro “Immunità di legge” (Imprimatur editore, pag. 208, € 16,00), magistralmente scritto da Il Pedante a da Pier Paolo Dal Monte, e l’ho condiviso al 100%, ritrovandomi completamente nelle tesi esposte. Io, che ho fatto vaccinare i miei due bambini secondo gli standard torquemadeschi della Regione Toscana e che mi sono sottoposto in prima persona alla vaccinazione anti-meningococco C. Già queste poche righe basterebbero a dare ragione di una delle tesi fondamentali della prima parte del saggio, che si appunta in primo luogo sulle tecniche  propagandistiche di chi – per interesse, o solo per pigrizia intellettuale – favorisce una narrazione favolistica avente ad oggetto “i vaccini” (non questo o quel vaccino, con le sue peculiarità di medicinale), “la scienza” (che poi è invece scientismo), i “vaccinisti” e i “no-vax”, sostituendo simboli vacui (i “totem e tabù” della prima parte del volume) a posizioni critiche concrete e, in ultima analisi, contrapponendo stereotipi a un dialogo aperto e ragionato (questo sì, “scientifico”). Questo procedimento, d’altronde, non è fine a se stesso (o alla vendita di qualche copia in più dell’instant book del virologo à la page di turno), anzi permette non soltanto di sostituire la calunnia al confronto, ma anche di assorbire le diverse posizioni politiche ed etiche connesse ai vari obblighi vaccinali (non: ai “vaccini”) entro un cliché grottesco che, come tale, non può neppure essere oggetto di discussione.

Non solo: il Pedante è attento a distinguere “i vaccini” dall’atto della loro somministrazione, cioè “la vaccinazione”, che a sua volta è cosa ancora diversa rispetto alle “politiche vaccinali”, mostrando come sollevare dubbi su uno qualsiasi di questi livelli implichi il medesimo stigma sociale di c.d. “anti-vax” (questa distinzione ci sarà molto utile in seguito). Ora, se negare l’utilità di una intera classe farmacologica è assurdo, al contrario non lo è domandarsi, per esempio, se fosse ragionevole introdurre l’obbligatorietà di cinque nuovi vaccini basando su una emergenza relativa a una sola malattia (il morbillo), le cui epidemie – per di più – paiono piuttosto decorrelate dalla percentuale di copertura della popolazione.

Sulla stessa linea d’onda si pone la seconda parte del saggio, scritta da Pier Paolo Dal Monte, che inizia evidenziando come anche “la scienza” funzioni “come tanti altri strumenti di governo impliciti: limitando i confini della realtà, per ciò stesso, mantiene il pensiero all’interno del recinto della Weltanschauung dominante… Si tratta del corrispettivo gnoseologico di ciò che è il vincolo esterno… in politica, nel quale si ipostatizzano obbligo politico-economici imprescindibili, determinati da un orientamento economico che, per vari motivi, si è deciso di adottare, e che viene gabellato da esperti di regime come lex naturalis…” (non a caso Burioni appoggia Calenda che appoggia Cottarelli che appoggia Burioni, in una specie di girotondo autoalimentantesi).

Partendo da questo assunto il testo smonta, questa volta da punto di vista strettamente medico, le ricostruzioni idilliache dei media, mostrando che “i vaccini sono farmaci, anche se di tipo particolare…” e come tutti i farmaci hanno “determinate probabilità (o indeterminate possibilità) di insorgenza di effetti indesiderati di vario tipo, a breve, medio e lungo termine” (pag. 174). Le certezze dei Burioni a piede libero, ovviamente, tendono a vacillare.

In effetti, a queste petizioni di principio si deve opporre, ancora prima dello scienziato, il giurista, se solo consideri il tenore dell’art. 1, c. 1, L. n. 210 del 1992 (Ponzanelli-Busato, 1992), che riconosce il diritto all’indennizzo in capo a chi sia stato sottoposto “a vaccinazione obbligatoria per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria italiana, da cui sia causalmente derivata una menomazione permanente dell’integrità psico-fisica” ovvero abbia subito un “contagio conseguente a contatto con persona vaccinata”, o ancora abbia ricevuto un danno in quanto abbia acceduto, “per motivi di lavoro o per incarico del proprio ufficio…, a vaccinazioni che, pur non… obbligatorie, risultino necessarie” (in particolare, i medici).

La stessa Corte Costituzionale è intervenuta ripetutamente sulla materia, con le sent. n. 27 del 1998 (Caranta, 1998) e n. 423 del 2000, con le quali è stato esteso il diritto all’indennizzo a quanti si fossero sottoposti a vaccinazione antipolio o contro l’epatite B nel periodo antecedente a quello in cui tali vaccinazioni, pur se già raccomandate, erano divenute obbligatorie, poi con la sent. n. 107 del 2012, che ha ugualmente ampliato i beneficiari dell’indennizzo con riferimento ai “soggetti che abbiano subito lesioni e/o infermità, da cui siano derivati danni irreversibili all’integrità psico-fisica, per essersi sottoposti a vaccinazione… raccomandata, contro il morbillo, la rosolia e la parotite” (nel caso di specie, una “minore” era stata vaccinata con il Morupar © – ritirato dal commercio immediatamente dopo il fatto – ed aveva riportato “una necrolisi epidermica tossica con trombosi venosa della femorale iliaca sinistra, con postumi” quali “esiti di intervento di drenaggio di ascesso in fossa iliaca – regione inguinale sinistra in quadro di infezione delle pelvi con linfadenite reattiva secondaria ad artrite settica con persistenza di ostruzione della vena femorale comune ed iliaca, estrinsecantesi con edema dell’arto inferiore sinistro rispetto al controlaterale destro con plus di cm. 2 alla coscia…”), infine con la sent. n. 268 del 2017 (tratta il caso di un pensionato sessantaduenne cui, in seguito alla somministrazione di vaccino Vaxigrip ©, è stata diagnosticata c.d. la “sindrome di Parsonage Turner”), di cui si parlerà diffusamente in seguito.

Ma se riflettere sull’amplissima giurisprudenza (di merito, di legittimità ed addirittura costituzionale) che attiene a casi come quelli sopra descritti ci mostra l’inconsistenza di quadri totalmente idilliaci in materia vaccinale, come d’altronde in qualsiasi altra materia che abbia relazione con l’esistente (con ciò dando una riprova fattuale delle tesi esposte in “Immunità di legge”), l’analisi delle pronunce sopra ricordate impone – ancora prima di entrare nel cuore del discorso che si vuole portare avanti – un’ulteriore considerazione preliminare. Gli innumerevoli interventi della Corte Costituzionale sopra citati sono tutti rivolti all’obiettivo di allargare le maglie di una norma indennitaria (neanche risarcitoria!) che pare scritta dal legislatore controvoglia: il motivo appare lampante, connesso com’è “alle [conseguenti] implicazioni di ordine economico gravanti sul bilancio dello Stato” (Comandè, 1996; Comandè, 1998). Come si ridirà in chiusura, anche su un tema così delicato per la salute individuale e collettiva ecco allungarsi il vincolo esterno del bilancio dello Stato, per di più in un periodo in cui – ancora – l’ideologia dell’austerità a tutti i costi non era ancora imperante come negli anni appena trascorsi (si veda Pallante, 2015 relativamente alla inquietante ordinanza n. 1894 del 2014 del Consiglio di Stato).

Ma fino a qui, siamo sempre alla superficie. Dal punto di vista di quest blog, che indaga il vilipendio della Costituzione da parte di coloro che la avrebbero dovuta difendere, il tema dirimente è come si sia potuti arrivare a una sentenza confermativa del D.L. Lorenzin come quella di inizio 2018. Per andare a fondo nella questione è necessario, paradossalmente, tornare molto più indietro, alla sentenza n. 307 del 1990 (Giardina, 1990; Princigalli, 1990), secondo cui, “la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l’art. 32 Cost. se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato” (su questo importante punto v. Vincenzi Amato, 1976; Panunzio, 1979), “ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacché è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale… Con riferimento [poi] all’ipotesi di ulteriore danno alla salute del soggetto sottoposto al trattamento obbligatorio – ivi compresa la malattia contratta per contagio causato da vaccinazione profilattica – il rilievo costituzionale della salute come interesse della collettività non è da solo sufficiente a giustificare la misura sanitaria…, [posto che esso] non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri. Un corretto bilanciamento fra le due suindicate dimensioni del valore della salute… implica il riconoscimento, per il caso che il rischio si avveri, di una protezione ulteriore a favore del soggetto passivo del trattamento…”.

La sentenza, che pure parte da presupposti corretti, appare all’’interprete giungere a conclusioni sbagliate da più punti di vista. Tralasciando l’intrinseca inadeguatezza del metodo dell’indennizzo rispetto alla questione dei limiti del sacrificio individuale a favore dell’interesse comune, la Corte, probabilmente per la pericolosità delle malattie oggetto dell’obbligo vaccinale all’epoca, non si interroga sul rapporto fra la (ancorché assai raramente) possibile gravità dell’eventuale danno subito dal singolo (il “rischio specifico”) e la argomentabile tenuità del c.d. “interesse alla salute della comunità”, né collega questo necessario bilanciamento di valori alla alternatività fra due possibili strategie legislative: quella dell’“obbligo” e quella della “persuasione”. Nella già citata pronuncia n. 268 del 2017, di contro, questo profilo viene in evidenza, ancorché sempre e soltanto nell’ottica del diritto all’indennizzo: “ferma la differente impostazione delle due tecniche ora in discussione…, quel che tuttavia rileva, per la decisione delle questioni di legittimità costituzionale in esame [diritto all’indennizzo in caso di danno da vaccino raccomandato ma non obbligatorio], è l’obiettivo essenziale che entrambe perseguono nella profilassi delle malattie infettive: ossia il comune scopo di garantire e tutelare la salute (anche) collettiva attraverso il raggiungimento della massima copertura vaccinale”. Con una differenza fra però permane: l’obbligatorietà dovrebbe imporsi come strumento (necessitato) di tutela della salute pubblica soltanto ove sussistano “particolari condizioni sanitarie della popolazione di riferimento”, condizioni che dovrebbero essere opportunamente accertate dalle autorità preposte (così Nespor, 1990) e, ad avviso di chi scrive, vagliate con penetrante sindacato giurisdizionale. La raccomandazione invece, “per dirla con le parole della decisione che qui commenta, «esprime maggiore attenzione all’autodeterminazione individuale»: questo perché l’elemento soggettivo, che nella vaccinazione obbligatoria è integralmente sacrificato a favore dell’istanza pubblicistica, è qui abilitato a ottenere maggiore considerazione, in virtù della minore gravità e problematicità della patologia cui è diretto il trattamento” (Cappello, 2018; ma cfr. anche Manfredi, 2004; Morana, 2007).

Arriviamo così al primo punto dirimente della questione, che non è scientifica, bensì politica (politica sanitaria) e legislativa: è costituzionalmente giustificato conculcare il diritto all’autodeterminazione della persona umana per adempiere sì a un dovere di solidarietà sociale, ma che – in mancanza di epidemie pediatriche, rischi specifici, malattie particolarmente aggressive e pericolose – non pare del tutto necessitato, quanto meno rispetto ad alcuni dei vaccini in questione? (Il che, fra l’altro, mostra come la questione qui attenga più all’art. 2, Cost., che all’art. 32, c. 2, Cost., salvo per quanto attiene il profilo del rispetto della persona umana: Piciocchi, 2006; Simocini-Longo, 2006). Tanto più che – se  l’inadempimento agli obblighi vaccinali produceva, nel sistema del D.P.R. n. 1518/1967, una serie di sanzioni “indirette”, tra cui il divieto di ammissione alla scuola dell’obbligo degli alunni non vaccinati – “questo apparato sanzionatorio è però concretamente venuto meno negli ultimi due decenni: pur nella persistente vigenza dell’obbligatorietà delle quattro vaccinazioni… sono infatti emerse tendenze normative e prassi amministrative che paiono intese a tutelare maggiormente la libera determinazione dei cittadini in materia. Ne è espressione in particolare il D.P.R. n. 355/1999… che ha cancellato il divieto di ammissione alla scuola dell’obbligo degli alunni non vaccinati. Addirittura, il Piano Nazionale per le Vaccinazioni 1997-2000 ha iniziato a prendere in considerazione expressis verbis – pur non attuandolo – il «superamento dell’obbligo vaccinale»” (Manfredi, 2017).

La risposta al quesito della sentenza n. 20/2017 il T.A.R. Friuli-Venezia Giulia (che non è poi così diversa da quella della Corte Costituzionale dell’anno successivo) è aberrante.

Secondo il Giudice Amministrativo (non consta la sentenza del Consiglio di Stato) i ricorrenti, “difendendo la scelta di non vaccinare i figli, si rifanno ad un principio di precauzione, cioè alla probabilità che la vaccinazione provochi più danni di quelli eventualmente possibili in caso di contagio”, ma con ciò hanno omesso di considerare “che lo stesso principio di precauzione e di prevenzione vale in senso opposto, nel rendere obbligatorie le vaccinazioni e nell’estendere la copertura della popolazione vaccinata”, perché “proprio i principi invocati dai ricorrenti non possono limitarsi ad un’applicazione parcellizzata e individualizzata, ma devono essere estesi all’intera collettività, con la differenza che per definizione l’interesse pubblico deve prevalere su quello dei singoli”. Infatti, secondo il Tribunale “la situazione oggettiva [è] mutata negli ultimissimi anni, per la diminuzione della copertura vaccinale dei bambini e per l’esposizione al contatto con soggetti extracomunitari provenienti da Paesi in cui anche malattie debellate in Europa sono ancora presenti, tra cui quelle oggetto delle quattro vaccinazioni obbligatorie. Il cambiamento del contesto ha comportato anche un mutamento della sensibilità degli operatori pubblici nella sanità e degli enti preposti, tra cui nel caso il Comune, ovviamente attento alla salute dei propri cittadini, in una materia in cui la razionalità scientifica e il pubblico interesse devono prevalere su facili suggestioni ed epidermiche emotività, pur nel pieno rispetto della libertà di ognuno”. Ancora: il principio dio precauzione “opera nei casi in cui l’osservazione scientifica ha rilevato (o ipotizzato sulla base di analogie con altre leggi scientifiche) una successione costante di accadimenti e ne ha formulato una descrizione provvisoria, ma non si dispone di prove per confermare l’ipotesi o per escluderla. A tal punto operano due principi di logica formale: la fallacia ad ignorantiam ed il principio del terzo escluso… Ebbene…, in difetto di evidenze su quale di due [ipotesi] sia esatta o, almeno, preferibile, entrambe… debbono essere considerate contemporaneamente come vere. [Nondimeno] tale ragionamento non funziona quando può essere a parità di condizioni… ribaltato: nel caso in esame infatti esso condurrebbe allo stesso modo a ritenere che la vaccinazione sia suggerita dalla probabilità di contrarre malattie. Anzi, in questa prospettiva, la tutela della salute pubblica, in particolare della comunità in età prescolare, assume un valore dirimente, che prevale sulle prerogative sottese alla responsabilità genitoriale”.

In altri termini: l’obbligo vaccinale non sarebbe imposto da gravi epidemie pediatriche in atto, o da rischi concreti della salute pubblica rispetto a malattie particolarmente aggressive, ma da una supposta emergenza sanitaria connessa alla recente ondata migratoria (ed effettivamente, vista la quantità di sé dicenti “minori non accompagnati”, il rischio che molti abbiano la varicella o gli orecchioni è effettivamente elevato) e dalla propagazione nel pubblico di quelle che il Tribunale bolla come emotive “post-verità”, che avrebbero comportato una calo, a partire dal secondo decennio del secolo, delle percentuali di vaccinazioni (ci ritorneremo).

In questa situazione (che è quella oleografica di una lotta fra “la scienza” e “la superstizione”, tipica dei fumetti da bambini e dei libri di Burioni, così ben tratteggiata in “Immunità di legge”), per il TAR anche il principio di precauzione andrebbe trattato con minore rigidezza. In effetti, tale principio è stato talora interpretato come un’espressione di sfiducia nei confronti della scienza, ritenuta incapace di fornire certezze che possano tranquillizzare l’opinione pubblica sulle ricadute di questo o di quel fenomeno (Allena, 2016) e, pertanto, visto con diffidenza specialmente nel mondo anglosassone (Sunstein, 2010); al contrario, si connota piuttosto per la sua intrinseca scientificità, dato che in definitiva risulta perfettamente coerente con lo stato di perenne evoluzione in cui versa il pensiero scientifico (eccoci di nuovo in “Immunità di legge”, pagg. 64 ss.). Il che però non vuol dire che ogni e qualsivoglia opinione, che enunci anche solo la mera possibilità della lesività di un determinato fenomeno, debba o possa avere ascolto. Ecco intervenire, come al solito, l’ordinamento comunitario (cui, dopo la riforma del 2005 sotto il governo Berlusconi, rimanda espressamente l’art. 1, c. 1, L. n. 241 del 1990): la comunicazione interpretativa della Commissione europea del 2 febbraio 2000 ha chiarito che una situazione di incertezza scientifica sugli “effetti potenzialmente negativi derivanti da un fenomeno, da un prodotto o da un procedimento”, che impone alle istituzioni di intervenire in via precauzionale, si verifica solo a fronte di divisioni interne alla comunità scientifica, quando la tesi della pericolosità di detti effetti sia sostenuta anche “solo da una frazione minoritaria della comunità”, ma “purché la credibilità e la reputazione di tale frazione siano riconosciute” (Manfredi, 2004). Non vi è chi non veda l’utilità della “caccia alle streghe” scatenata in ambito medico nei confronti di coloro che hanno avanzato qualsivoglia dubbio in merito alle politiche vaccinali imposte dalla Lorenzin.

Arriviamo così alla sentenza della Corte Cost. n. 5 del 2018, ennesima occasione persa dalla Corte per ripensare una giurisprudenza oggettivamente farraginosa: intanto, laddove i Giudici ritengono di non entrare in profondità sulla questione della fondatezza dei motivi di necessità e urgenza del D.L. Lorenzin, rinvenuti nel calo delle coperture vaccinali in Italia, soprattutto in relazione al morbillo, denunciata dall’OMS (tema su cui anche il Presidente della Repubblica, così attento quando esamina i D.L. ispirati da Salvini, non risulta abbia fatto neppure un plissé); poi, quando si esprime l’idea che il Piano nazionale prevenzione vaccinale (PNPV), approvato in Conferenza Stato-Regioni, non possa di per sé essere revocato in dubbio nelle sue asserzioni (il rilievo secondo cui “è opinabile il rilievo [della Regione Veneto, N.d.R.] secondo cui la soglia del 95% dovrebbe considerarsi ottimale e non critica: una tale distinzione non sembra avere riscontro in alcuno degli atti di indirizzo delle competenti istituzioni nazionali e internazionali; anzi, in almeno un’occasione e in riferimento alla «copertura vaccinale per morbillo-parotite-rosolia», il PNPV 2017-2019 definisce il 95% «soglia critica necessaria a bloccare la circolazione del virus e, quindi, a raggiungere l’obiettivo di eliminazione previsto per il 2015 nella regione Europea dell’OMS»”; “per quanto poi riguarda l’epidemia di morbillo dell’anno 2017, il fatto che essa colpisca specialmente una certa fascia (adulta) della popolazione non contraddice l’opportunità di incrementare la profilassi nella popolazione in età evolutiva, sia per la protezione di quest’ultima, sia per invertire la tendenza al calo delle coperture”).

Ma, soprattutto, è l’ennesima occasione persa dalla Corte per non appiattirsi sulla propria precedente giurisprudenza (obbligo come dovere di solidarietà nei confronti della salute pubblica, basso rischio per la salute dei singoli, indennizzo), utilizzata nel caso di specie per giustificare lo strumento dell’obbligo normativo non per i suoi obiettivi immediati, ma in quanto portatore di una valenza pedagogica nei confronti del riottoso popolo italiano: “negli anni più recenti, si è assistito a una flessione preoccupante delle coperture, alimentata anche dal diffondersi della convinzione che le vaccinazioni siano inutili, se non addirittura nocive: convinzione, si noti, mai suffragata da evidenze scientifiche, le quali invece depongono in senso opposto. In proposito, è bene sottolineare che i vaccini, al pari di ogni altro farmaco, sono sottoposti al vigente sistema di farmacovigilanza che fa capo principalmente all’Autorità italiana per il farmaco (AIFA)”.

Non si spiegherebbe, altrimenti, tutto ciò che nella sentenza, palesemente manca nonostante motivazioni di ben 48 pagine, e cioè la valutazione: sulla effettiva capacità di induzione della memoria immunitaria dei singoli vaccini; sulle diverse soglie di copertura che – per ciascuna malattia – garantiscono la c.d. “immunità di gregge”; sulla potenziale pericolosità non del singolo vaccino in sé, ma del fittissimo catalogo vaccinale imposto dalla legge; sulla credibilità scientifica di una legge che – in sede di trattativa parlamentare – diminuisce di due il numero dei vaccini obbligatori; in sostanza, sulla fondatezza di un sistema che incide profondamente nella materia più delicata relativa alla autodeterminazione personale, senza che vi sia una indubitabile ragione medico-sanitaria, o un pericolo imminente; infine, e soprattutto, sulla ragionevolezza del divieto di accesso alla scuola dell’infanzia da parte dei bambini non vaccinati. Tutti temi posti all’ordine del giorno, come si è detto, da “Immunità di legge“, che consigliamo di nuovo a tutti, ma soprattutto a Marta Cartabia (giudice costituzionale estensore della sentenza in esame, nota per il suo viscerale amore, sin dalla tesi di laurea, per l’UE). Anzi, a Marta Cartabia – tra una sentenza e l’altra – consigliamo anche di seguire gli account del Pedante e di Pier Paolo Dal Monte.

Proprio questa idea del Pedante (cioè che vi siano libertà civili funzionali, o funzionalizzate a garantire le esigenze di controllo di coloro che li propagandano e li tutelano) potrebbe spiegare il palese contrasto fra questa giurisprudenza e: (i) le tutele poste dalla legge a garanzia di coloro che sono soggetti a TSO (cfr. L. n. 180 del 1978 e L. n. 833 del 1978); (ii) l’attenzione dimostrata per il diritto individuale alla salute (lato sensu inteso) in altri casi dalla Corte (da ultimo per quanto attiene la vicenda del c.d. “fine vita”). Viene allora da chiedersi se tutta la materia del contendere non si riduca a questo: l’esproprio dei corpi degli adulti e delle menti dei fanciulli, al fine di creare – anche in campo sanitario – una pletora di soggetti standardizzati, conformati alle esigenze del pareggio di bilancio (i vaccini costano meno dei letti d’ospedale) e della deflazione salariale (i genitori dei bambini vaccinati non prenderanno permessi per curare piccoli con la pertosse).

E se anche non fosse vero, se anche non fosse così, se i terribili conflitti di interessi che si celano dietro la ricerca vaccinale non comportassero alcuna deviazione dalla retta coscienza scientifica dei medici, si impone – per dirla ancora con Il Pedante (pag. 98) – che le leggi siano concepite perché certe aberrazioni non solo non succedano in pratica, ma non possano neppure succedere in teoria.

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