Sulla legittima difesa (di Valerio Donato)

La vicenda del tabaccaio di Ivrea ha scatenato violenta la canizza piddina contro la legge Salvini che avrebbe introdotto in Italia la “giustizia fai-da-te”. Tralasciando i fatti di cronaca (su cui indaga la magistratira), mi piace invece pubblicare – a commento – due passati interventi di Valerio Donato, avvocato piemontese che ha già collaborato a questo blog.

Mi pare che il suo contributo sia molto interessante, perché da un lato mette in luce alcuni pericoli insiti nella recente riforma della materia, non soltanto in termini di giustizia fai-da-te, ma anche di comprensione del ruolo dello Stato in rapporto ai cittadini; dall’altro, mostra una sostanziale coerenza fra governi (quanto meno sulla carta) ideologicamente molto lontani. E questo fa pensare…

 

L’Italia trasformata in film western, tornando a combattere duelli potenzialmente mortali.

Il Canavese, 12 maggio 2017

La Camera dei deputati ha approvato un disegno di legge, che passa quindi ora all’esame del Senato, sulla modifica delle norme in tema di legittima difesa. Le novità andrebbero a legittimare la difesa nei luoghi di privata dimora (o in quelli ad essi equiparati) allorquando l’azione avviene in reazione a un’aggressione notturna ovvero quando (anche di giorno) vi sia stata introduzione in detti luoghi con violenza (a cose o persone) o con minaccia o con inganno. Viene inoltre previsto che non sussiste il delitto di eccesso colposo di legittima difesa “quando l’errore è conseguenza del grave turbamento psichico causato dalla persona contro la quale è diretta la reazione posta in essere in situazioni comportanti un pericolo attuale per la vita, per l’integrità fisica [e cioè quanto taluno percuote un’altra persona ovvero solo minaccia di farlo] o per la libertà personale o sessuale”.

In sostanza non è vero che con la nuova legge sarebbe consentito sparare di notte, come in maniera imbecille viene strombazzato dai media, sia quelli a favore sia quelli contro il provvedimento. La nuova legge infatti andrebbe ad eliminare il giudizio di proporzionalità tra l’offesa e la difesa (già eliminato dalla legge del 2006, che consentiva di sparare nei luoghi privati a determinate condizioni) praticamente in tutti i casi di violazione di domicilio. Non solo! Viene di fatto abrogato il delitto di eccesso di legittima difesa (consentendo, per esempio, di sparare ad una persona che dopo un alterco spintoni o minacci di colpire con uno schiaffo).

È evidente, pertanto, che – qualora passasse questo disegno di legge – l’Italia verrebbe trasformata in film western, dove ogni questione verrebbe legittimamente decisa con duelli potenzialmente mortali. Quello che stupisce non sono tanto le bugie dei media, che falsamente dicono che la nuova legge consente di sparare solo di notte (come visto consente di sparare sempre), quanto, piuttosto, la reazione scomposta del 90% dei soggetti che si dicono essere contro il modello economico liberista attualmente dominante. Sappiamo, infatti, che la difesa privata (che non ha alcuna efficacia deterrente sulla criminalità) è la capitolazione definitiva dello Stato di fronte alle istanze delle élites liberiste (che ben possono permettersi eserciti privati a difesa dei propri beni) che vorrebbero eliminare quella (per loro) inutile fonte di spesa costituita dai Tribunali e dalle Forze dell’Ordine. Il fatto che il disegno di legge sia stato proposto e approvato dal PD dimostra, infine, due cose: 1) il Partito Democratico è un partito di destra reazionaria; 2) “le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra” (A. Bagnai http://goofynomics.blogspot.it/…/luscita-delleuro-redux-la-…).

Con l’introduzione della nuova norma, si teme il “far west”.

Il Canavese, 27 settembre 2018

“Le politiche di destra nel lungo periodo giovano solo alla destra”. La frase è del Senatore Alberto Bagnai, professore di economia di chiara origine socialista ed attualmente presidente della commissione economia e portavoce in materia della Lega. Ed infatti questo governo, di chiara rappresentanza popolare, è un governo di destra che sostituisce quelli precedenti (che pur dichiarandosi di sinistra hanno attuato feroci politiche di destra ridistribuendo i redditi dal basso verso l’alto, a favore cioè dall’elite finanziaria che elude l’enorme pressione fiscale e a cui vanno in gran parte gli interessi sul debito pagati dallo stato con le tasse dei meno ricchi).

Come tutti i governi di destra ha un programma di destra. La proposta di legge sulla legittima difesa, per esempio, ne è chiaro esempio. Il testo modificherebbe l’art. 52 del codice penale prevedendo che “si considera che abbia agito per legittima difesa colui che compie un atto per respingere l’ingresso o l’intrusione mediante effrazione o contro la volontà del proprietario o di chi ha la legittima disponibilità dell’immobile, con violenza o minaccia di uso di armi di una o più persone, con violazione di domicilio”.

Niente di eclatante e decisamente meglio della proposta di iniziativa popolare in merito presentata nella scorsa legislatura. Con la norma, in particolare, verrebbe abolito il giudizio di proporzionalità tra aggressione e difesa esattamente come accade negli USA, dove come è noto si può liberamente sparare all’intruso.

Gli effetti negativi per l’ordinamento sono duplici. Da un lato i malintenzionati (che comunque rimarranno, a nulla valendo il previsto inasprimento delle pene) si introdurranno nelle abitazioni armati a loro volta con possibile aumento di fatti di sangue e con conseguente stravolgimento della pace sociale. Dall’altro siffatta norma realizza un’ulteriore (e decisamente inammissibile perché va a toccare il fine primario dello Stato e cioè il monopolio della forza da parte dello Stato) privatizzazione di un servizio pubblico.

Ma se Atene piange Sparta non ride. L’altro partito di maggioranza, i 5 stelle, infatti hanno proposto una modifica costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari (nonostante gli italiani il 4 dicembre 2016 abbiano votato contro la simile riforma proposta dal PD). Ciò comporterebbe, da un lato, un’inammissibile taglio alla rappresentanza popolare (e l’Italia ha già un basso numero di parlamentari per abitanti rispetto al resto d’Europa) e, dall’altro, rendere ancora più difficile l’accesso agli scranni legislativi da parte di chi non è ricco (e in tal senso la proposta fa il paio con il taglio di vitalizi e stipendi della politica). Una campagna elettorale, infatti, ha costi insostenibili per un cittadino normale e riducendo il numero degli eletti (oltre che le loro retribuzioni) si renderebbe di fatto impossibile l’elezione di cittadini che non siano ricchissimi.

In conclusione si ritiene che manchi in Italia un partito “realmente” socialista (e quindi sovranista) che possa credibilmente fare opposizione a questo governo che, seppur presenti in parte istanze sovraniste, è e rimane un governo di destra.

 

Il risultato pratico di questa lucida – e competente – visione del problema è un breve post su Facebook che vi invito a leggere per intero. Qui riporto le ultime righe, che contengono soluzioni concrete alla questione:

Personalmente io sono per lo stato forte e per 0 (leggasi ZERO) armi in mano ai privati, ma si sa che sono un nostalgico dello stato di diritto e quindi, per le deboli menti degli arcobaleno plagiate da anni di propaganda elitista, un fascista. In pratica la mia soluzione è questa: più polizia, più tribunali, più carceri, più frontiere, meno armi in giro e tolleranza zero (che non significa pene esemplari ma solo certe e rieducative) per chi spara e per chi ruba.

Deforme costituzionali. Ancora.

Abbiamo una notizia brutta e una notizia bella.

La notizia brutta è che il Senato ha approvato il disegno di legge costituzionale che taglia il numero dei deputati (da 630 a 400) e dei senatori (da 315 a 200). La notizia bella è che i voti favorevoli sono stati soltanto 185 (M5s e Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia), per cui – qualora gli stessi numeri siano mantenuti anche nella seconda votazione richiesta dall’art. 138, Cost. – basterà un referendum per spazzare via l’ennesimo scempio alla nostra Carta Costituzionale.

Ad evitare il raggiungimento del quorum dei 2/3 dei senatori è stato il voto contrario del PD; scelta giusta, come al solito per il motivo sbagliato. Dario Parrini è stato infatti categorico nel fugare qualsiasi dubbio di ravvedimento piddino: “sì al taglio dei parlamentari da 945 a 600, previsto dal d.d.l. della maggioranza, ma a patto che si introduca una differenziazione di funzioni tra Camera e Senato”, come richiesto nel 2016 dalla quasi ritirata a vita privata Maria Etruria Boschi. L’emendamento a firma di tutti i migliori cascami renziani è stato però dichiarato inammissibile.

Ma perché si tratterebbe di una notizia brutta? In fondo i parlamentari italiani sono molti, costosi, poco produttivi… (aggiungete voi qualsiasi altro cliché a base di casta, cricca, corruzione, scaldare la poltrona & quant’altro).

Primo, perché non è vero. Secondo le elaborazioni del Servizio Studi del Senato, l’Italia è al 22° posto su 27 Paesi UE per rapporto fra numero di parlamentari e popolazione residente. Ovviamente, i Paesi in testa alla speciale classifica sono quelli più piccoli; e Francia, Spagna, soprattutto Germania hanno rapporti inferiori a quello italiano. Ma un rapporto maggiore lo hanno per esempio l’Austria, o la Gran Bretagna, o la morigeratissima Finlandia. D’altronde, Camera e Senato ci costano in complessivo circa 1 miliardo e mezzo di euro, cioè lo 0,2% della spesa pubblica annua complessiva. Se poi ci limitiamo ai soli stipendi dei parlamentari, la percentuale si riduce allo 0,03%. Per capirsi, ci vogliono 10 anni di Parlamento per fare i soldi che l’Italia ha già regalato al Meccanismo Europeo di Stabilità (quello che, con la scusa di devastare la Grecia, ha arricchito le banche tedesche e francesi).

Secondo, perché il costo della politica non è rappresentato dalla spesa delle Camere, ma dalle decisioni errate (come si legge qui: il tema, come si vede, è alquanto risalente). Ora, ridurre il numero dei parlamentari incrementa il rischio di decisioni errate da svariati punti di vista:

  • perché – senza entrare, in questa sede, nel discorso, connesso, relativo alle leggi elettorali – non assicura che siano eletti i candidati migliori, posto che più un collegio è grande e più sarà facile che a vincere la competizione sia non il più preparato, ma chi ha maggiori risorse economiche ed è meglio supportato da strutture partitiche;
  • perché – anche in questo caso, tralasciando la questione della legge elettorale – più i collegi sono ridotti e più è plausibile che specifiche istanze, a carattere locale o fortemente connotate ideologicamente (si pensi alla tradizione repubblica in Romagna), trovino rappresentanza in Parlamento, con conseguente aumento della dialettica e della ponderatezza nelle decisioni;
  • perché minore è il numero dei parlamentari, maggiore è il potere dei lobbisti, che devono spendere meno soldi e meno tempo per convincerli.

Quest’ultimo è il punto qualificante, soprattutto perché pare il primo tassello di un disegno coerente, quello di svuotare – ancora di più di quanto già accaduto nell’ultimo ventennio – il ruolo del Parlamento.

Cos’è, in fondo, il vincolo esterno, se non un modo per esautorare il Parlamento a favore di luoghi maggiormente al riparo dal processo elettorale? Di risolvere, cioè, un problema che le oligarchie si pongono da due millenni e mezzo?

A cosa serve tutta la retorica sul voto elettronico, sulla blockchain, su qualsiasi tipo di tecnologia che in sostanza permetta, ai sicuramente inesistenti malintenzionati che decidano di fare qualche broglio alle elezioni, di passare notti insonni con in mano una matita copiativa?

A che cosa sarebbe servito, infine, l’impresentabile proposta del Movimento 5 stelle per l’introduzione del vincolo di mandato, con un ribaltamento paradossale dell’art. 67, Cost.? (Sulla questione – assai complessa, perché coinvolge la libertà di coscienza del singolo parlamentare, l’organizzazione dei parlamentari in gruppi propria dei moderni organi legislativi, il rapporto fra sistemi elettorali proporzionalistici e mutamenti di schieramento politico degli eletti – si rimanda alle pagine, lucidissime, di Mortati, Istituzioni di diritto pubblico, Padova, 1969, I, 466 ss.).

Ma – e chi scrive si rende conto di andare contro il comune sentire anche di molte persone che, il più delle volte, la pensano come lui – a cosa serve, infine, anche la strampalata idea di Fraccaro and friend di inserire in Costituzione il referendum propositivo (in combinato disposto con una procedura che agevola la discussione di propose di legge di iniziativa popolare) ed eliminare contestualmente il quorum del numero dei votanti per la validità della consultazione, a favore di un più ridotto quorum di voti favorevoli?

Gli effetti sono potenzialmente devastanti. Poiché le Camere sono obbligate a prendere una decisione sulla proposta di legge di iniziativa popolare entro diciotto mesi, altrimenti è indetto il referendum, il Parlamento e il governo sarebbero facilmente espropriati quanto meno del loro ordine del giorno, quando non addirittura dell’indirizzo politico. Non solo: si immagini il caso di frequenti approvazioni, da parte delle Camere, di leggi di iniziativa popolare con modifiche: quella specie di ordalia referendaria che dovrebbe permettere ai cittadini di scegliere il testo preferito finirebbe per innescare un conflitto permanente tra Parlamento e corpo elettorale, con conseguenze inimmaginabili sulla stabilità della maggioranza e, addirittura, sulla sorte della legislatura. Per non parlare, infine, delle tensioni ai limiti della tenuta istituzionale fra Corte Costituzionale e corpo elettorale, in caso di referendum su leggi di iniziativa popolare che intervengano su rapporti internazionali (a partire dalle questioni Euro e UE) o comportino nuove spese per lo Stato e richiedano, dunque, specifiche coperture.

Il disegno è fin troppo chiaro: dare al popolo l’illusione di poter decidere direttamente, in modo da svuotare il Parlamento, luogo della decisione democratica, così da avvantaggiare altri luoghi, in cui scelte fondamentali sono fatte in modo assai meno trasparente.

Se proprio proprio volete rompervi le corna con questa povera Costituzione, accettate un consiglio gratis: non inventatevi nulla. Avete 20 anni di riforme orrende da smontare, per tornare al testo del Quarantotto.

Il conflitto (di attribuzione) fra PD e democrazia

Questo blog è nato per dimostrare una specifica tesi, che la Costituzione del 1948 – col suo impianto lavorista, democratico e sociale – non ha retto all’aggressività dell’ordoliberismo dei Trattati UE, sia per l’esistenza di alcune falle nel testo originario della Carta (probabilmente dovute alla genesi della stessa, dopo una guerra persa e un trattato di pace particolarmente penalizzante), sia per le improvvide modifiche che nel tempo si sono stratificate (in particolare: la riforma del Titolo V nel 2001, governo Amato, e dell’art. 81 nel 2012, governo Monti), sia per la volontà specifica – da parte di chi avrebbe dovuto proteggerla (Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale) – di contribuire a snaturarla.

Il ricorso per conflitto di attribuzione (art. 134, secondo alinea, Cost.) da parte del gruppo parlamentare al Senato del PD, che ha impugnato al recente legge di bilancio, è la plastica rappresentazione specialmente dell’ultimo assunto.

“La Corte costituzionale giudica… sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato…”: si tratta dei c.d. conflitti interorganici (per distinguerli dai conflitti intersoggettivi, p.e. quelli fra Stato e Regioni). In sostanza, secondo Marcucci & co. il governo, presentando, more solito, il maxi-emendamento con cui ha riscritto la legge di bilancio e ponendo sullo stesso, more solito, la questione di fiducia, prima tuttavia dell’esame da parte della Commissione bilancio, avrebbe violato l’art. 72, c. 1, Cost.. Con alti lai da parte di interessati sacerdoti della centralità del Parlamento, di cui strumentalmente danno un’immagine oleografica e ottocentesca, oltre che – ça va sans dire – completamente inesistente. Tra questi si è distinto anche Guido Crosetto, rappresentante di un partito che ambisce a ripercorrere tutte le tappe di Alleanza Nazionale, soprattutto quelle verso l’irrilevanza dell’ultimo Gianfranco Fini.

Senonché, secondo la legge e la giurisprudenza della Corte costituzionale il conflitto di attribuzione può essere sollevato solo da “organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono e per la delimitazione della sfera di attribuzioni determinata per i vari poteri da norme costituzionali” (cfr. art. 37, c. 1, L. n. 87 del 1953). La Corte costituzionale ha comunque ammesso la legittimazione di organi che, a  stretto rigore, non sono organi di vertice (i singoli rami del Parlamento, il Consiglio dei ministri, i singoli giudici ed i pubblici ministeri, il Presidente della Repubblica, se stessa, la Corte dei conti, il Consiglio superiore della magistratura, le Commissioni parlamentari di inchiesta, addirittura il Comitato promotore di un referendum abrogativo, ecc.), ma ha di contro sempre escluso la legittimazione dei partiti politici (ordinanza n. 79 del 2006 e n. 120 del 2009) e, sia pure in modo non del tutto netto, anche quella dei gruppi parlamentari (ordinanza n. 149 del 2016 – “il presente conflitto, nei termini in cui è stato articolato, «non attinge al livello del conflitto tra poteri dello Stato, la cui risoluzione spetta alla Corte costituzionale»…, inerendo le argomentazioni addotte nel ricorso esclusivamente alla lesione di norme del Regolamento del Senato e della prassi parlamentare…” – e n. 280/2017).

Né pare che a diversa conclusione si possa giungere argomentando dalla crescente importanza dei gruppi nei regolamenti parlamentari (così il renzianissimo Bin) e nella concezione “non più atomistica della rappresentanza” (così l’ancor più renziano Ceccanti), posto che pare in ogni caso arduo comprendere quali siano – nel caso di specie – “le attribuzioni in contestazione” e come possano essere “di spettanza” di questa o quella articolazione del Parlamento, o quale “atto viziato da incompetenza” (sic!) debba essere annullato. Non a caso, la Corte – anche se con qualche parziale ripensamento – ha normalmente negato la possibilità di sollevare un conflitto di attribuzione nei confronti di un atto legislativo (rispetto al quale è previsto il c.d. ricorso incidentale: v. sentenza n. 284 del 2005), e lo stesso renzianissimo duo sopra citato evidenzia come un’eventuale accoglimento del ricorso da parte della Corte non potrebbe (e, per ovvie considerazioni di opportunità politica, non dovrebbe) condurre all’annullamento della legge di bilancio.

In altri termini: il PD ha presentato un ricorso che – anche se accettato – non porterà a conseguenze concrete e lo ha fatto con il precipuo obiettivo di combattere (come al solito, per via giudiziaria) una battaglia politica, meglio: partitica. Contro gli interessi del Paese. E quello che fa più male è che nel messaggio di fine anno il Presidente della Repubblica è parso sponsorizzare questa, diciamo, bella trovata (“la grande compressione dell’esame parlamentare e la mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali richiedono adesso un’attenta verifica dei contenuti del provvedimento. Mi auguro – vivamente – che il Parlamento, il Governo, i gruppi politici trovino il modo di discutere costruttivamente su quanto avvenuto; e assicurino per il futuro condizioni adeguate di esame e di confronto“).

Eppure, il conflitto di attribuzione è un istituto che questo governo avrebbe dovuto, e tuttora dovrebbe, guardare con attenzione.

Quando, incaricato Conte, il Presidente della Repubblica si è rifiutato di controfirmare la lista dei ministri, ben si sarebbe potuta esperire la via del conflitto di attribuzione innanzi la Corte Costituzionale, che avrebbe così potuto fare chiarezza rispetto a un testo così laconico come l’art. 92, Cost. (per una buona rassegna cfr. Lollo, di cui tuttavia non si possono condividere le conclusioni). In questo modo si sarebbe evitato sia l’imbarazzo di un impeachment minacciato e revocato nello spazio di un mattino (oltre che infondato, essendo stato il comportamento di Mattarella certamente grave ed extra ordinem, ma non così reiterato da giustificare il ricorso all’art. 90, Cost.), sia un pericoloso precedente che – in futuro – potrà essere utilizzato da altri P.d.R. che vogliano ingerirsi nell’indirizzo politico (che vogliano, per dirla col Foglio, “governare”) di un esecutivo non abbastanza “amico”.

Ma Conte – per opportunità politica (?) – non lo ha voluto fare. Sarà ugualmente per opportunità politica che il medesimo Conte non ha ancora sollevato conflitto anche in relazione alla nomina del nuovo Presidente della Consob, visto che né Rinaldi né Minenna hanno incontrato i favori del sullodato Mattarella (il quale, di contro, non aveva fatto un piego alla nomina di Nava, in comando per ragioni di servizio concesso dalla Commissione europea)?

Chi salva chi? La riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità.

Mentre in Italia si discute alacremente di zerovirgola (sui giornali) e documenti ONU (sui social), a Bruxelles – tra il 13 e il 14 dicembre – si è tenuto un Consiglio (principale organo decisione della UE, cui partecipano i ministri dei governi di ciascuno Stato membro) le cui Conclusioni finali paiono piuttosto significative.

Nel documento, in vista della scoppola elettorale che i partiti tradizionali prenderanno il prossimo maggio, si auspica che – prima di quella data – sia approvato “il maggior numero possibile di proposte in sospeso pertinenti per il mercato unico” (con un occhio di riguardo per “la trasformazione digitale, compresa l’intelligenza artificiale” e per “la crescita dell’economia basata sui dati e sui servizi”, sia mai che le persone siano controllate troppo poco). Si interessa anche di migrazioni, ovviamente, per lo più utilizzando l’argomento come grimaldello per il “rafforzamento del mandato della guardia di frontiera e costiera europea nel settore dei rimpatri e della cooperazione con i paesi terzi” e per giungere alla conclusione dei “negoziati sulla direttiva rimpatri, sull’Agenzia dell’UE per l’asilo e su tutte le parti del sistema europeo comune di asilo”. A livello di politica estera, si straccia le vesti per il comportamento della Russia in merito alla questione dello Stretto di Kerč’, mentre “si compiace vivamente” dell’accordo economico fra UE e Giappone. Infine, una paginetta di smargiassate sulla Brexit (l’accordo “non è rinegoziabile”).

Assai più preoccupante è il paragrafo relativo alla “sicurezza e difesa” (che sarà certamente il tema fondamentale dei prossimi anni di dominio UE su Stati membri sempre più euroscettici; in periodi di guerra il Tesoro si porta sull’Acropoli della città e gli alleati recalcitranti si rimettono a posto anche con le cattive). Il Consiglio “si compiace” dei progressi nel campo dell’attuazione della cooperazione strutturata permanente (c.d. PESCO) e del programma europeo di sviluppo del settore industriale della difesa, nonché del  patto sulla dimensione civile della PSDC (per una analisi sulle “missioni civili” della UE, si veda questo dossier); ma a fianco della guerra guerreggiata riconosce la sempre maggiore importanza delle operazioni di propaganda: pertanto, “sottolinea la necessità di una risposta decisa [alle c.d. fake news] che affronti la dimensione interna e quella esterna e che sia globale, coordinata e dotata di risorse adeguate” e permetta un “intervento rapido e decisivo, a livello sia europeo sia nazionale, per assicurare elezioni europee e nazionali libere e regolari”.

Tuttavia, nel breve periodo, le decisioni più importanti riguardano sempre il settore economico-finanziario dell’Area Euro e ruotano intorno alla modifica della missione e del funzionamento del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Ora il MES, per chi non lo sapesse, è quel Fondo, utilizzato nei famigerati salvataggi di Grecia, Portogallo e Irlanda, a suo tempo costituito non nel quadro dei Trattati UE, bensì attraverso la sottoscrizione di un Trattato internazionale autonomo (come il Fiscal Compact), che – fino ad ora – presta(va) con condizionalità (cioè riforme strutturali e tagli allo stato sociale) soldi ai Paesi in difficoltà sotto il controllo strettissimo della Troika e che, per il futuro, presterà i medesimi soldi anche a Paesi con i “conti in ordine” (si vedrà in che senso) ma sottoposti a perturbazioni economiche o finanziarie. Con un paio di conferme, comunque: che i soldi sono sempre i nostri (ad oggi una quindicina di miliardi oltre le garanzie) e che i beneficiari, più o meno diretti, sono sempre gli Istituti di credito tedeschi e francesi (che nel 2011 avevano esposizioni verso la Grecia di quasi 100 miliardi, per dire).

Tanto per iniziare, il “nuovo” MES (ove ricorrano alcune condizioni, da valutare nel 2020 (!)) avrà funzione di backstop rispetto alle crisi bancarie che non possono essere coperte con il solo ricorso alle risorse proprie del Fondo di risoluzione unico (FRS, una specie di Fondo Interbancario dei Depositi a livello europeo): in caso di necessità, infatti, il Meccanismo Europeo di Stabilità – con decisione discrezionale e unanime del C.d.A. – potrà offrire al FRS (in relazione a qualsiasi operazione di competenza del FRS) linee di credito rotative di durata triennale o quinquennale, con un tasso di interesse predeterminato. Bene ma non benissimo, direbbe un lieto ritornello che non c’entra un cazzo ma che piace ai giovani: questa decisione di fatto crea un meccanismo completamente differente (e molto più oneroso ed arbitrario) rispetto all’EDIS, forma di co-assicurazione che avrebbe dovuto completare – stabilizzandola – l’Unione Bancaria, funzionando automaticamente in caso di crisi di una più banche nazionali, e che ora (alla vigilia della terza recessione in dieci anni e di una crisi finanziaria da far impallidire il 2008) rischia di tramontare per sempre.

Inoltre, alcuni strumenti a disposizione del Meccanismo (linee di credito – diverse a seconda che il Paese richiedente rispetti o meno le regole sul debito e sul deficit del TFUE – concesse, a seguito di Accordo preventivo, a Paesi in buona situazione economica e finanziaria volte a prevenire situazioni di crisi che potrebbero comportare difficoltà a reperire fondi nei mercati dei capitali) saranno resi più facilmente accessibili sopratutto in termini procedurali, ma resteranno comunque limitati a “Paesi con buoni fondamentali economici, che potrebbero essere influenzati da shock negativi al di fuori del loro controllo”.

Che significa? Fondamentale due cose. Prima facie, non pare fuori luogo leggere in queste parole la preoccupazione della Germania per il forte rallentamento della crescita mondiale, che si ripercuote in modo significativo su un’economia mercantilisticamente votata all’export, nonché la necessità, per quel Paese, di dotarsi in tempi stretti di strumenti concreti per rispondere a una crisi bancaria che pare ormai inevitabile (non potendo certamente bastare la foglia di fico della prospettata fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank). Come estremo paradosso, è dunque probabile che da qui a un anno saremo noi a salvare la Germania.

Ma vi è anche un secondo punto, ancora più insidioso: è evidente infatti non solo il tentativo di segmentare ulteriormente il rischio finanziario in Europa attraverso il ritorno a una gestione maggiormente “intergovernativa” della politica economica e finanziarie dell’UE (si ricorderà il non-paper di Schäuble di un annetto fa, in aperto contrasto con l’idea di Macron di un significativo ampliamento del budget dell’UE  avente finalità di stabilizzazione dell’Area Euro), ma anche e soprattutto di introdurre una specie di bail-in dei Titoli di Stato. Se il MES potrà essere attivato soltanto dagli Stati con i “conti in ordine”, gli Stati che non rispettano i requisiti del Fondo dovranno (prima di ricevere il necessario sostegno) ristrutturare il loro debito, anche mediante un haircut del nominale delle obbligazioni emesse. Ed è in quest’ottica che deve essere letta l’affermazione del Consiglio secondo cui vi sarebbe “ampio sostegno [che, speriamo, non sia sinonimo di unanimità, N.d.R.] alla necessità di migliorare il quadro esistente per promuovere la sostenibilità del debito nell’area dell’Euro” attraverso l’introduzione, nelle nuove emissioni di Titoli di Stato a partire dal 2022, di clausole di azione collettiva (CACs) c.d. single limb.

Le CACs (introdotte appunto col MES e in Italia con D.M. del Mef n. 96717 del 7 dicembre 2012) sono clausole, previste per tutte le emissioni di Titoli di Stato (esclusi i BOT), ai sensi delle quali una maggioranza qualificata di investitori in obbligazioni (di norma, il 75% del controvalore dell’emissione) può modificare i termini di pagamento di un titolo (data di stacco delle cedole e loro ammontare, data e prezzo di rimborso, cambio della valuta, seniority, ecc.), in maniera giuridicamente vincolante per tutti i detentori del titolo stesso, in modo da facilitare una ristrutturazione ordinata del debito. Va da sé che tali clausole (senza voler entrare qui nella questione del rapporto fra disposizioni regolamentari aventi fondamento in un Trattato internazionale e norme di legge ordinaria, in particolare l’art. 1277, c.c., relativo alla c.d. lex monetae) vanno lette al contrario, nel senso di non permettere allo Stato di modificare le condizioni di una propria emissione senza il consenso di una maggioranza qualificata. La clausola single limb semplifica il procedimento, perché non richiede il raggiungimento dei quorum previsti dalle CACs in tante assemblee quante sono le emissioni, ma soltanto in una, unitaria.

I gravissimi rischi insiti in una riforma di questo genere non possono essere sottovalutati. In primo luogo, produrrebbe – come accennato – una segmentazione ulteriore del mercato, peggiorandone la liquidità (con conseguente aumento degli spread); secondariamente, segnalerebbe una probabilità più elevata di incorrere in una ristrutturazione, innalzando la percezione di rischio per i bond sovrani europei, soprattutto di quei Paesi con più elevato rapporto tra debito e PIL; infine, in un mercato pulviscolare come quello dei Titoli di Stato italiani finirebbe per rappresentare de facto, come già detto sopra, una specie di bail-in delle finanze pubbliche, qualora la ristrutturazione non derivasse da una strategia politica (uscita volontaria dall’Euro), ma da un diktat della Troika, in caso di richiesta di aiuti al MES. Notare che, in quest’ultimo caso, si incorrerebbe nel rischio di violazione dell’art. 47, Cost., è – allo stato attuale della giurisprudenza della Corte Costituzionale e del tetragono europeismo del Presidente della Repubblica – una pura petizione di principio.

Ricapitoliamo. Con una possibile recessione globale alle porte, l’UE individua il sistema di backstop in caso di crisi bancaria in un Fondo intergovernativo, il MES, il quale potrà funzionare appieno soltanto nei confronti di Stati che rispettano i vincoli di bilancio dei Trattati e previa ulteriore frammentazione del rischio del debito sovrano nell’Unione; le condizionalità del MES e la frammentazione di tale rischio comporteranno un generale peggioramento delle finanze statali, in particole di quelle dei Paesi con un elevato rapporto fra debito e PIL; questo peggioramento renderà più frequente il ricorso al MES (cioè alla Troika), il quale – tuttavia – si potrà attivare solo previa ristrutturazione del debito di quello stesso Stato (su interessato consiglio del FMI); la ristrutturazione (o il rischio di ristrutturazione) del debito dello Stato ridurrà la profondità de mercato e peggiorerà gli spread creditizi; e così via ripartendo dalla casella n. 1.

In tutto questo, anche il Parlamento ci mette del proprio. Mentre le cessioni degli Npl delle banche continuano a rotta di collo, oltre che a prezzi stracciati, ha infatti trovato col Consiglio un accordo politico sulle norme prudenziali in tema di crediti deteriorati e inadempienze probabili (c.d. UTP, unlikely to pay). I prestiti di nuova emissione saranno catalogati come deteriorati quando siano passati 90 giorni di sforamento su pagamenti o interessi da parte del debitore; in quel caso, la banca provvederà alle necessarie coperture secondo uno schema temporale predeterminato (tre anni per i prestiti che non hanno collaterale, dai sette ai novi anni per quelli garantiti, in base al tipo di collaterale). Certamente una normativa edulcorata rispetto a quella dello scorso marzo, ma che comunque peserà sui bilanci dei nostri Istituti di credito, già provati dalla crisi economica, dai tassi a zero, dall’incertezza della clientela a seguito della sciagurata introduzione del bail-in. E che, in caso di difficoltà anche solo temporanea, potrebbero essere esposti anche al rischio di “corsa agli sportelli”, se solo fossero approvate le proposte di modifica della direttiva BRRD che vanno nel senso di bloccare preventivamente i conti correnti aperti presso banche non ancora in risoluzione, ma che abbiano necessità di diverse forme di aiuto.

Che si tratti di temi fondamentali, lo dimostra il silenzio di giornali e televisioni.

L’Unione fondata sulle percentuali – alla ricerca dei parametri UE di finanza pubblica

Mi pare di riscontrare grande confusione, in particolare a livello giornalistico, in merito al contenuto delle norme europee che regolano la gestione della finanza pubblica degli Stati membri ed alle loro modalità di applicazione. La situazione, però, è tutt’altro che eccellente.

Certamente, non aiuta a orientarsi la giungla di norme sparse nei Trattati UE, in Trattati internazionali, nella Costituzione, Regolamenti, Leggi e chi più ne ha più ne metta. Qualche punto fermo, tuttavia, può essere messo, iniziando dal principio – i Trattati UE – e scendendo poi, giù per li rami, fino alle tecnicalità esoteriche dei mandarini di Bruxelles(tecnicalità che, vedremo, contengono pre-decisioni politiche fondamentali).

Se la Repubblica è fondata sul lavoro, l’UE è certamente fondata sulle percentuali.

In neretto sono riportate le principali disposizioni rilevanti. In tondo maggiori approfondimenti sulle stesse. In corsivo, le mie considerazioni, spesso un po’ amare.

Prima considerazione: i Trattati UE (il Trattato di Roma e il Trattato di Maastricht) fanno riferimento soltanto alla “regola del 3%” in materia di rapporto fra deficit e PIL, e alla soglia del 60% per quanto attiene il rapporto fra debito pubblico e PIL.

La manovra in discussione in Parlamento, che presenta un rapporto deficit / PIL inferiore al 3%, non viola – da questo punto di vista – l’art. 126 del Trattato di Roma.

In ogni caso, la reazione dell’UE a eventuali violazioni delle norme è rimessa al Consiglio che decide (a maggioranza qualificata: almeno 15 Paesi e il 65% della popolazione) con apprezzamento discrezionale (politico, non tecnico).

Il combinato disposto dell’art. 126, parr. da 1 a 5, e del Protocollo n. 12 del Trattato di Roma (TFUE) si limita a stabilire che, qualora un Paese esponga o rischi di esporre un rapporto “disavanzo pubblico, previsto o effettivo” (deficit) e un prodotto interno lordo (PIL) superiore al 3%, ovvero un rapporto fra debito pubblico e PIL superiore al 60%, la Commissione – salvo il caso di miglioramento continuo dei conti o di sforamento eccezionale – relaziona al Consiglio, tenendo conto anche della “spesa pubblica per gli investimenti” e degli “altri fattori significativi, compresa la posizione economica e di bilancio a medio termine dello Stato membro”. Fine.

Ai parr. 6 ss., invece, si statuisce che “il Consiglio, su proposta della Commissione…, decide [a maggioranza qualificata: 15 Paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’Unione], dopo una valutazione globale, se esiste un disavanzo eccessivo”. In caso di non ottemperanza, “può [non: deve!] decidere di intimare allo Stato membro di prendere, entro un termine stabilito, le [suddette] misure…” e, come extrema ratio, “può [non: deve!] decidere di applicare” determinate sanzioni, anche pecuniarie. Le scelte del Consiglio, dunque, sono sempre eminentemente politiche, certamente non tecniche.

Norme più stringenti sono state introdotte, in particolare per i Paesi dell’Eurozona, del Fiscal Compact.

Le regole introdotte dal Fiscal Compact, in particolare il pareggio di bilancio, sono la cifra qualificante di un sistema politico-economico di stampo strettamente liberista, in cui lo Stato si pone come arbitro neutro del gioco economico: “l’Unione instaura un mercato interno” e “si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva”.

Stabilità dei prezzi, cioè – come vedremo – disoccupazione strutturale, indipendenza della banca centrale (con conseguente creazione di un”quarto potere”, quello monetario), scarsità indotta della moneta, in contrasto (come minimo) con gli artt. 1 (Repubblica fondata sul lavoro), 4 (diritto al lavoro), 36 (diritto a una retribuzione dignitosa), 47 (controllo del credito a fini di utilità sociale) e 95 (unitarietà dell’indirizzo politico in capo al governo) della Costituzione.

Economia sociale di mercato, cioè – come si è avuto modo di sottolineare nei post precedenti – un sistema in cui lo Stato progressivamente riduce il proprio intervento nell’economia (intesa in senso lato, dunque comprensivo dei servizi sociali) fino al pareggio di bilancio e, dunque, ha una funzione neutra nei rapporti economici, con ciò oggettivamente favorendo chi, nella competizione, risulta il più forte, in contrasto (ma proprio a restare in superficie) con gli artt. 2 (principio personalista), 3 comma 2 (uguaglianza sostanziale), 41 commi 2 e 3 (utilità sociale e coordinamento a fini sociali dell’iniziativa economica privata e pubblica) della Costituzione.

Il Fiscal Compact è un Trattato internazionale e non fa parte del diritto dell’Unione Europea (che, anzi, ha espressamente votato contro questa eventualità): il collegamento è assicurato da 8 Regolamenti (noti come six pack two pack) e – per quanto attiene l’Italia – dalle modifiche costituzionali di cui alla l. cost. n. 1 del 2012 (mod. artt. 81, 97, 117, 118, Cost.).

I Paesi firmatari si impegnano a: (a) un aggiustamento annuo, in linea di principio dello 0,5% del PIL, della spesa della PA, fino al raggiungimento di un obiettivo deficit / PIL in termini strutturali di medio termine (OMT) che conduce al pareggio di bilancio a tendere; (b) una riduzione “forzosa” del rapporto debito / PIL fino almeno al 60% attraverso il c.d. “vincolo di crescita della spesa” (per cui la crescita effettiva della spesa deve essere annualmente inferiore alla crescita del PIL potenziale di un certo “margine di convergenza” predeterminato per ciascun Paese).

A rendere più stringenti le disposizioni dei Trattati intervengono i Reg. nn. (UE) 1466/97 e 1467/97 del 7 luglio 1997 (“Patto di stabilità e crescita”), modificati nel 2005 e, più profondamente, nel 2011, quando 25 Stati membri (tutti, esclusi Regno Unito e Repubblica Ceca) sottoscrivono il “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance  nell’Unione economica e monetaria”, meglio noto alle cronache come “Fiscal Compact“). Sottolineiamo fin da subito un punto importante: si tratta di un Trattato internazionale, collegato all’Unione Europea ma al di fuori delle fonti del diritto comunitario.

L’art. 4 estremizza la regola del debito (“quando il rapporto tra il debito pubblico e il PIL… supera il valore di riferimento del 60%…, tale parte contraente opera una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno…”), mentre l’art. 3 specifica meglio il principio del pareggio di bilancio. Ai sensi del par. 2, gli Stati contraenti devono garantire (salvo che non vantino un rapporto debito/PIL “significativamente” inferiore al 60%, ovvero non abbiano subito calamità naturali o si trovino in periodi di grave recessione economica) un deficit strutturale “pari all’obiettivo di medio termine specifico per il Paese, quale definito nel patto di stabilità e crescita… , con il limite inferiore di un disavanzo strutturale dello 0,5% del… [PIL]” (che, grazie alla clausole di flessibilità connesse a investimenti e riforme strutturali può giungere fino a -0,25%). Per l’Italia l’OMT coincide con il pareggio di bilancio “in termini strutturali”: pertanto, il saldo effettivo della PA è nettato delle misure una tantum ed è corretto per l’impatto previsto del ciclo economico (c.d. “saldo corretto per il ciclo”). Per calcolare quest’ultimo si tiene conto del c.d. output gap, che misura la posizione ciclica di un’economia sulla base della differenza tra i tassi di crescita del PIL reale e del PIL potenziale. Su quanto (poco) tecnico e quanto (molto) politico sia questo concetto, si rimanda a un rigoroso ma godibilissimo articolo del prof. Bagnai.

Il “collegamento” fra il Fiscal Compact e l’ordinamento comunitario è assicurato da otto (!) Regolamenti emanati ai sensi dell’art. 136 del TUE (cooperazione rafforzata in materia di bilancio per i soli Stati dell’Eurozona, ai sensi dell’art. 136 del TFUE), il c.d. six pack del 2011 e il c.d. two pack del 2013. Il two pack, nella sostanza, prevede un calendario fisso di comunicazioni dei principali documenti economici degli Stati membri alla Commissione e il diritto della Commissione stessa di formulare un giudizio sulle leggi di bilancio dei Paesi dell’Eurozona (è la cronaca di queste settimane). Il six pack, invece, si qualifica in particolare per l’introduzione del “vincolo di crescita della spesa” (o “expenditure benchmark“), che mette in relazione la regola del deficit e la regola del debito (riduzione annua del debito / PIL). Dato un tasso di crescita di medio periodo del PIL potenziale, calcolato come media delle stime dei precedenti 5 esercizi, della stima per l’esercizio corrente e delle proiezioni per i quattro esercizi successivi, e una spesa pubblica rettificata secondo regole specifiche (tra cui: depurazione dell’aggregato dalla volatilità intrinseca della spesa per investimenti; considerazione di previsioni tendenziali a legislazione vigente; utilizzo del deflatore del PIL calcolato dalla Commissione UE), per i Paesi che hanno già raggiunto l’OMT la crescita della spesa pubblica non deve essere più elevata del parametro medio relativo al PIL potenziale, mentre per gli altri (tra cui l’Italia) il tasso di crescita della spesa deve essere inferiore a quello del PIL potenziale e coerente con un miglioramento del saldo strutturale di almeno 0,5 punti in termini di PIL (salve correzioni in caso di investimenti “graditi” alla UE, gravi crisi economiche, spese per i migranti).

Sembrano regole astruse da contabili in crisi d’astinenza. In realtà – come detto sopra – sottendono a uno specifico disegno politico.

In particolare, è opportuno ricordare anche ai non iniziati che l’output gap, cioè la differenza fra PIL reale e PIL potenziale, può essere calcolato solo previa determinazione del PIL potenziale, il quale è influenzato in modo significativo dal NAWRU. Ora, quest’ultimo non è il nome di una riposante isola polinesiana, bensì l’acronimo di not-accelerating wage rate of unemployment, cioè – tradotto in italiano – di “tasso di disoccupazione che non porta ad un aumento delle paghe”. Chiaro? Lo Stato può porre in essere politiche anticicliche soltanto laddove queste non incidano sull’occupazione in modo così incisivo da incrementare la quota salari rispetto alla quota profitti. Con buona pace del principio della piena occupazione, che informa di sé l’intera Costituzione del 1948.

Il “collegamento” fra il Fiscal Compact e l’ordinamento italiano è invece assicurato (oltre che dalla legge di ratifica n. 114 del 23 luglio 2012 e dagli 8 Regolamenti UE che “entrano” nel sistema del nostro Paese attraverso l’art. 11, Cost.) dagli artt. 81, 97, 118, Cost., come mod. con L. cost. 1 del 2012.

In particolare, ai sensi dell’art. 81, “lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali… Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale”.

Questa riserva di legge rinforzata ha trovato attuazione nella legge 24 dicembre 2012, n. 243. In primo luogo, la legge ribadisce l’obbligo per le amministrazioni pubbliche di concorrere ad assicurare l’equilibrio dei bilanci, specificando che tale equilibrio corrisponde appunto all’OMT individuato sulla base dei criteri stabiliti dall’ordinamento dell’UE e degli “accordi internazionali in materia” (il Fiscal Compact). I documenti di programmazione finanziaria e di bilancio stabiliscono, per ciascuna annualità del periodo di programmazione, gli obiettivi del saldo del conto consolidato (ed i relativi mezzi per il loro raggiungimento) tali da assicurare almeno il conseguimento dell’OMT, ovvero il rispetto del percorso di avvicinamento a tale obiettivo nei casi scostamento dall’obiettivo previsti per eventi eccezionali.

In relazione alla regola del debito, la legge dispone che i documenti di programmazione finanziaria e di bilancio stabiliscano obiettivi relativi al rapporto debito pubblico/PIL coerenti con quanto disposto dall’ordinamento dell’UE (rapporto debito/PIL entro il 60%, ovvero percorso di riduzione fino a tale soglia secondo le norme sopra descritte). Per quanto attiene la regola della spesa, si ribadisce che il tasso annuo programmato di crescita della spesa della PA non può essere superiore a quello derivante dalle regole europee, con richiamo inter alia al concetto, come visto assai controverso, di PIL potenziale.

Le votazioni di ciascuna Camera con cui sono autorizzate deviazioni rispetto agli obiettivi prefissati, in caso di calamità o altri eventi previsti dalle norme europee, e con cui sono approvati i piani di rientro, sono adottate a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti.

Onde aderire in pieno al Fiscal Compact, la legge prevede anche un “meccanismo di correzione”: pertanto, ove il Governo accerti, in base ai dati di consuntivo, che si è verificato, rispetto all’obiettivo programmatico, uno scostamento del saldo strutturale – riferita al risultato dell’esercizio precedente ovvero, in termini cumulati, a quelli dei due esercizi precedenti – pari o superiore allo “scostamento considerato significativo” dall’ordinamento UE e dal Fiscal compact, deve immediatamente indicare le misure correttive tali da assicurare il ritorno all’OMT entro l’anno successivo.

La legge continua poi col c.d. “patto di stabilità interno”, rivolto agli Enti territoriali minori, che fortunatamente è stato parzialmente disinnescato da alcune note sentenze della Corte Costituzionale, per poi concludersi con disposizioni sul “bilancio dello Stato”. Spicca, in questo contesto, il principio secondo cui i maggiori oneri derivanti dalla legge di bilancio di un esercizio devono risultare compatibili con il rispetto dell’equilibrio tra le entrate e le spese del bilancio inteso in termini di coerenza con gli obiettivi di saldo del conto economico consolidato volti ad assicurare il conseguimento dell’OMT.

 

Questa congerie di norme trova applicazione, con tutti gli arbitri sopra ricordati, nella Relazione ai sensi dell’art. 126, par. 3, del TFUE, (doc. COM(2008) 809 del 21.11.2018). La Commissione, per la prima volta da quando esistono le attuali regole, ha deciso di intraprendere una procedura di infrazione nei confronti di uno Stato membro per violazione della “regola del debito”.

Basterebbe questo per comprendere come la questione non sia tecnica. Meno che mai riguarda qualche decimale di PIL. La questione (come dimostra anche il fatto che la procedura può essere evitata, nel caso in cui le politiche economiche dello Stato sia improntata ai desiderata della Commissione: riforme strutturali, accoglienza dei migranti, pareggio di bilancio…) è schiettamente politica, da un duplice punto di vista: da un lato, vi è la volontà delle autorità di Bruxelles di dimostrare, così come accaduto nei confronti della Grecia del primo Tsipras, che chi si ribella alle “regole” (eteroimposte) viene punito, secondo il cliché di qualsiasi impero alle prese con una provincia ribelle, dall’imperatore Tito in poi (non a caso Monti, il viceré per eccellenza, ha parlato di “Tsipras moment” per il governo giallo-verde”); dall’altro, il terrore che la manovra espansiva predisposta dal governo italiano funzioni, così sovvertendo, per tabulas, i mantra vetero-liberisti e neo-demenziali da Bocconi boys che pervadono la propaganda UE dalla sua fondazione.

Tutte le norme che abbiamo visto sopra si declinano nella Relazione d’autunno della Commissione che, come prima cosa, non può che prendere atto di un rapporto deficit / PIL inferiore al 3%. “Le previsioni d’autunno 2018 della Commissione prevedono per l’Italia un disavanzo pubblico pari all’1,9 % del PIL nel 2018 e al 2,9 % nel 2019… L’Italia rispetta pertanto il criterio del disavanzo definito nel trattato e nel regolamento (CE) n. 1467/97…”.

Resta però il debito pubblico italiano, tradizionalmente molto elevato rispetto al vincolo di Maastricht (60% del PIL). “Secondo il documento programmatico di bilancio 2019 riveduto, nel 2018 il rapporto debito / PIL scenderebbe al 130,9 %… Per il 2019, il documento programmatico di bilancio 2019 riveduto prevede un forte calo del  rapporto debito/PIL di 1,7 punti percentuali al 129,2%… [Invece], secondo le previsioni della Commissione il rapporto debito / PIL rimarrebbe sostanzialmente stabile nel 2019 al 131,0 %… … La Commissione prevede [altresì] che il rapporto debito / PIL rimanga nel complesso stabile anche nel 2020… Nel complesso, dall’analisi si desume a prima vista che, stando sia al documento programmatico di bilancio 2019 riveduto che alle previsioni della Commissione e prescindendo da tutti i fattori significativi illustrati nel seguito della relazione, il criterio del debito ai sensi sia del trattato che del regolamento (CE) n. 1467/97 non è rispettato”.

Fattori significativi“. Con questa espressione (ripresa dall’art. 2, par. 4, del regolamento n. 1467/97) la Commissione indica, oltre a “condizioni macroeconomiche negative” (che, secondo i mandarini di Bruxelles, non sarebbero presenti nella fiorente Italia del 2018), anche una serie di ulteriori elementi il cui discrezionale apprezzamento può portare alla decisione di non aprire una procedura di infrazione. Elementi che la Commissione tratta con riferimento ai loro (supposti) effetti macroeconomici di medio o lungo periodo ma che, in realtà, hanno una valenza squisitamente politica, nel senso di rappresentare istanze rientranti nei fondamenti ordoliberisti che abbiamo visto improntare di sé i Trattati.
In particolare, la Relazione si concentra sulla deviazione rispetto al raggiungimento dell’OMT (cioè del pareggio di bilancio strutturale) determinato dal maggior deficit previsto nella bozza di legge di bilancio per il 2019 e sulla volontà, in particolare di Matteo Salvini, di rimettere mano alla Legge Fornero.

Anzi, la Commissione vorrebbe barattare un atteggiamento più benevolo con un’ulteriore stretta sulle pensioni (soprattutto quelle calcolate con sistema retributivo) e uno spostamento della tassazione dal reddito al consumo (Iva, registro) e al patrimonio (tassazione delle rendite finanziarie).

Le breve analisi che precede ha dunque mostrato come le regole che costringono, come un nodo gordiano, la politica economica del nostro Paese si articolano su più livelli, nazionale (anche di rango costituzionale), internazionale (pattizio) ed europeo (dunque dotato della particolare garanzia dell’art. 11, Cost.).

Le norme di diritto internazionale generalmente riconosciute informano il sistema giuridico e, pertanto, si pongono fra i principi fondamentali della Costituzione, che li ha recepiti per relationem (art. 10, c. 1, Cost). Si tratta di consuetudini (la più nota delle quale è pacta sunt servanda).

Le norme pattizie di diritto internazionale, invece, in linea generale hanno lo stesso rango del relativo provvedimento di attuazione (legge costituzionale, legge ordinaria, decreto), salvo riconoscere ad esse una speciale “resistenza”, atta a farle prevalere su norme successive di pari rango (secondo un principio di specialità sui generis, accolto nell’art. 117, c. 1, Cost., come riformato dalla L. Cost. n. 3 del 2001).

Infine, uno status particolare è attribuito ai Trattati europei e al diritto da essi derivato, che patirebbero come una unica limitazione alla loro applicazione in Italia i “principi fondamentali dell’ordinamento” (c.d. “controlimiti”). Patirebbero: vi è infatti una parte della dottrina, forse minoritaria ma che certamente potrebbe essere valorizzata in chiave europeista dalla Corte Costituzionale, attualmente assai sbilanciata verso posizioni di scarsa tutela dell’ordinamento interno, secondo cui la “europeizzazione” del dei postulati fondamentali delle Carte degli Stati membri renderebbe ormai desueto anche i “controlimiti”.

 

Alla fine di questo lungo e tedioso commento si palesa finalmente il problema di fondo che si trova innanzi chiunque voglia nuovamente dotare l’Italia di sovranità monetaria, economica e politica. Le autorità europee ed i succubi governi italiani, da Monti in avanti, hanno creato un sistema istituzionale così intricato da non essere quasi modificabile senza forzature istituzionali. Soprattutto finché vi sarà una Corte Costituzionale tetragona nel sovra-ordinare, se non nelle parole certamente nei fatti, la Carta del 1948 ai Trattati UE. Siccome l’art. 81, Cost., in sé, è norma tutto sommato neutra, potrebbe essere un primo passo l’abrogazione della L. n. 243 del 2012 (c.d. “Legge Giorgetti”); ma cancellare questa legge significherebbe rendere nei fatti inefficace il six compact, che è diritto dell’Unione, con conseguente violazione – nel sistema concettuale degli attuali Giudici costituzionali – dell’art. 11, Cost.. Anche modificare l’art. 81, Cost. in senso antitetico rispetto al contenuto dei Regolamenti UE potrebbe essere complesso, dal momento che significherebbe non rispettare un Trattato internazionale sottoscritto dal nostro Paese e tuttora in vigore. Si immagina che, in questo caso, ad opporsi sarebbe il Capo dello Stato, cui non manca il gusto dell’ingerenza nell’indirizzo politico. Potremmo allora pensare di recedere dal Fiscal Compact, ma gran parte della normativa UE lo presuppone, così che torneremmo alla prima casella di questo assurdo Gioco dell’Oca. Resta infine l’ipotesi più tranchant, l’uscita dall’Euro (e/o dall’UE). Sulle cui difficoltà non mi dilungo.

Tutto questo per dire cosa? Che qualsiasi operazione di recupero di sovranità da parte dell’Italia richiede in primo luogo una consonanza di obiettivi di tutti gli attori istituzionali, oggi palesemente mancante; che si tratta di processi complessi anche dal punto di vista giuridico, che richiedono oggettivamente del tempo, esponendo nel medio termine il Paese alle fibrillazioni dei mercati finanziari e alle rappresaglie delle Autorità europee; che per resistere a queste ultime è necessario previamente dotarsi di strumenti che non è certo che siano attualmente posseduti dall’Italia. Un po’ di pazienza, a volte, è necessaria.

Ero Stato Costituzionale

La Costituzione Italiana, quella del 1948, disegna una Repubblica basata sulla sovranità popolare, sul principio lavoristico, sui diritti sociali. I Trattati UE – il Trattato di Roma e il Trattato di Maastricht – impongono uno spazio politico e economico comune basato su una “economia sociale di mercato fortemente competitiva”.

I due sistemi – come dimostrato ripetutamente da Barra Caracciolo, Bagnai, Giacché, e altri – sono inconciliabili; così che la lettura della Costituzione alla luce dei Trattati, tipica della prassi di diversi organi costituzionali (il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale in primis), comporta un cedimento della prima a favore dei secondi.

Di questo, e di altro, abbiamo parlato con Antonello Zedda su Meglio di Niente Radio.

Fine processo mai – incostituzionalità e dannosità (di Valerio Donato)

La proposta del ministro Bonafede di introdurre la sospensione della prescrizione in materia penale dopo la sentenza di primo grado ha sollevato inevitabili polemiche. Che non si sono placate neppure dopo il “parziale rinvio” ottenuto dalla Lega.

Pubblico dunque sulla materia un ottimo intervento di Valerio Donato, avvocato piemontese, laureato nel 2003 con una tesi sull’istituzione di una procura europea. Scrive di sé: “da sempre convinto europeista mi sono ricreduto nel 2011 allorquando il governo Berlusconi fu fatto cadere per avere discusso l’euro. Da allora grazie a (nell’ordine di scoperta) Scenari Economici, Orizzonte 48 e Goofynomics ho sviluppato la critica a questo sistema dittatoriale che ha silenziato la Costituzione italiana. Recentemente ho contribuito a mandare a casa la maggioranza del PD dal comune di Ivrea”.

Io gli sono grato sia del contributo qui riportato (che spero sia il primo di una lunga e proficua collaborazione), sia della sua attività politica (e, immagino, gli eporediesi ancora più di me).

 

Negli ordinamenti ispirati allo stato di diritto esiste l’istituto della prescrizione che ha la prima funzione di dare certezza ai rapporti giuridici. Se il titolare di un diritto non lo esercita per un certo periodo si presume che vi rinunci e non potrà cambiare idea in futuro perché il compiersi del termine di prescrizione lo rende impossibile.

In tema di diritti individuali, tuttavia, la prescrizione può sempre essere interrotta e ciò fa correre un nuovo e uguale periodo. Nel diritto penale, a differenza di quello civile, la prescrizione non può comunque superare un termine di durata massima a prescindere dal compimento di atti interruttivi. Ciò, evidentemente, per rispettare i principi costituzionali in materia (l’art. 27, Cost prevede che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, il 24 che la difesa è un diritto inviolabile e il 111 che il processo deve avere una ragionevole durata). Il diritto penale, in particolare, serve, oltre che a impedire la giustizia privata (funzione primigenia dello stato stesso, che ha ragione di esistere solo se assicura la giustizia esercitandone il monopolio): come deterrente alla commissione di specifici (principio di tassatività e di extrema ratio) fatti (funzione general preventiva); come deterrente a che il singolo colpevole continui a commettere reati (funzione special preventiva); per far si che il reo possa, attraverso la pena, redimersi e tornare a comportarsi come tutti gli altri cittadini (funzione rieducativa della pena).

Appare evidente quindi che, davanti a un fatto di gravità tale da essere previsto come reato, lo stato debba esercitare immediatamente il proprio monopolio sulla Giustizia attivando un procedimento (dal latino andare da un punto, il reato, ad un altro, la sentenza) per accertare la commissione del fatto stesso e, in caso di riposta positiva, punirne l’autore.

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Il Ministro Bongiorno ha criticato aspramente la proposta del Ministro Bonafede

Ora, punire dopo un lasso di tempo notevole, come vorrebbe l’abolizione della prescrizione, non solo non è utile ma è addirittura dannoso. Il colpevole infatti sarà una persona completamente diversa da quella che ha commesso l’illecito (vanificando quindi la funzione rieducativa della pena) e/o avrà potuto continuare a delinquere (vanificando quindi la funzione special preventiva della pena) e nelle persone offese il ricordo del torto subito sarà stato dimenticato (riaprendo quindi ferite ormai curate). Il reo inoltre avrà enormi difficoltà a difendersi avendo perso ogni possibilità di dimostrare la propria innocenza.

Non a caso a favore dell’eliminazione della prescrizione vi è quella parte della magistratura spesso accusata di fare politica attraverso la giustizia, che ora accusa l’avvocatura (la prima cosa che il regime dei colonnelli in Grecia eliminò furono i consigli dell’ordine degli avvocati) di fare di tutto per rallentare i processi utilizzando “la prateria di eccezioni possibili”. Sennonché le eccezioni processuali sono la garanzia del diritto di difesa e sono possibili proprio grazie alla sciatteria con cui spesso viene amministrata la giustizia (si pensi al rinvio di un processo perché la procura non ha notificato il capo di imputazione all’imputato!). È evidente quindi che con l’abolizione del termine massimo di prescrizione si andrebbero a legittimare ritardi e mancanze di diligenza sottoponendo i cittadini (siano essi colpevoli o vittime) all’imperio dello stato (che è cosa possibile solo per amministrare quella giustizia che troppo spesso viene negata – si pensi a tutte le norme e i balzelli introdotti recentemente per impedire l’accesso dei cittadini alla giustizia civile) per un tempo indefinito. Cosa evidentemente inaccettabile.