Poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo

I. Premessa

Mi rendo conto che, in una Repubblica democratica (cioè pluralista: Mortati, 1975), in cui sovranità e rappresentanza – concetti in passato distinti se non contrapposti – sono riportati a unità inscindibile ai sensi del primo articolo della Costituzione (Crisafulli, 1985; Olivetti, 2006), proposte di limitazione del suffragio universale non dovrebbero neppure essere discusse (in quanto letteralmente eversive della “forma repubblicana”, non riformabile ai sensi dell’art. 139, Cost.: Corte cost., 29 dicembre 1988, n. 1146; Preti, 1957; Salerno, 1990 in relazione agli artt. 56, c. 1, e 58 c. 1, Cost.; Rubechi, 2016) Eppure, ormai la finestra di Overton è stata aperta e, dunque, indagare cosa ci aspetta nel futuro prossimo potrebbe essere piuttosto utile.

Il punto di partenza è chiaro: l’élite europeista (con, ultimamente, forti venature filofrancesi) che ha governato l’Italia negli ultimi ventincinque anni ha smarrito la fiducia di larghi strati del corpo elettorale e, pertanto, pretende di riformarlo in modo da riguadagnare per legge ciò che ha perso nei fatti. Per fare questo, ha intravisto la possibilità di ridisegnare il “corpo elettorale”, la cui qualificazione come autonomo centro di imputazione di specifici rapporti giuridici di natura pubblicistica (Ferrari, 1965) permette – almeno in teoria – anche significative discrepanze rispetto al concetto di “popolo” (cui appartiene la sovranità). Ora, se l’operazione appare scientificamente povera (non essendo fondata su alcuna teoria giuridico-politica, ad esempio attraverso una rivitalizzazione del concetto di voto come sola “funzione”, anziché quale “diritto” preesistente allo Stato o, modernamente, come “diritto funzionale”: v. Pace, 2003; Lanchester, 1993; C. Cost. 14 dicembre 1990, n. 539), risulta tuttavia molto suggestiva perché si serve di tecniche di propaganda ben collaudate.

Il tema, prima addirittura impensabile, è buttato sul terreno del dibattito politico – è “sdaganato”, si sarebbe detto una volta – da un intellettuale (cioè – segno dei tempi – da un guitto televisivo). Tutti si ricorderanno il mitologico tweet di Luca Bizzarri, che se la prendeva come una signora rea di aver scritto un tweet piuttosto pesante nei confronti del Presidente della Repubblica.

Dopodiché, è lasciato alle libere elucubrazioni di coloro che si riconoscono nella stessa parte politica del bizzarro Luca, i quali – nutriti del tipico complesso di superiorità proprio di chi vota il partito giusto, e morte al volgo rozzo e leghista! – lo portano alle ultime conseguenze, lo esasperano, lo rendono talmente estremo da permettere a chi mena il gioco di recuperarlo in senso “moderato”.

Questa sconcezza – assolutamente incostituzionale (C. Cost., 4 aprile 1996, n. 107 sul divieto di voto multiplo o ponderato) e già criticata nell’epoca dello Stato liberale (cfr. Trucco, 2011) – è stata oggetto di apprezzamento da quasi 12.500 utenti di Twitter: per dire che, insomma, l’indicibile sta diventando normalità (fuoriesce dal tema di questo intervento interrogarsi quali meccanismo logici facciano pensare una persona che la conoscenza di lingue straniere possa rendere cittadini migliori).

Ma c’è un’altro modo di presentare la stessa questione, più insidioso; quello che potremmo definire della “patente di voto” (qui sotto un tweet a caso tra i mille – ivi compreso quello di Farinetti – che avrei potuto prendere ad esempio).

 

Va da sé che anche l’idea di un esame propedeutico all’esercizio del diritto di voto è incompatibile con i primi due commi dell’art. 48, Cost. (“sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico“); tuttavia denuncia una pulsione profonda che – ben incanalata da chi ne abbia interesse – è funzionale alla “riscoperta” dell’ultimo comma del medesimo articolo (“il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge“).

II. L’art. 48, ultimo comma, Cost. oggi

La disposizione – che rappresenta la maggiore emergenza, nel nostro sistema costituzionale, del già citato orientamento secondo cui il diritto di voto avrebbe principalmente natura funzionale – ha una genesi alquanto peculiare. La formulazione fu infatti inserita direttamente in assemblea, dopo che in commissione si era respinta (in particolare, per l’opposizione dei comunisti e, curiosamente, dei liberali di Einaudi, contro l’opinione di Mortati e, in particolare, di Tosato: Bruno, 1981) l’introduzione di un eventuale requisito di “capacità sociale”, volto ad includere nel corpo elettorale solo coloro che avessero dimostrato interesse e capacità nella gestione della cosa pubblica.

Non importa dire che si tratta di norma di stretta intepretazione (“non può.. se non…”: cfr. Cass., n. 4430/1979) e che la riserva di legge è assoluta e rinforzata (Martines, 1984). Venuto storicamente meno il limite dell’incapacità civile (Furlan, 2008), anche i casi di interdizione dei diritti politici a seguito di sentenza penale si sono ridotti nel numero e sono stati oggetto di severi interventi procedurali da parte della Corte di Strasburgo ai sensi dell’art. 3, Protocollo I, Cedu (Scoppola c. Italia, 18 gennaio 2011; nota di Colella qui). Corte di Strasburgo che ha poi tolto di mezzo anche la principale ipotesi di “indegnità morale”, cioè il caso fallimento (Albanese c. Italia, 23 marzo 2006), sottolineando come la deprivazione del diritto di voto sia una sanzione accessoria ragionevole in materia penale, ma non in materia civile.

Ad oggi dunque, la c.d. “indegnità morale” si applica soltanto ai sottoposti a misure di prevenzione di sorveglianza speciale della pubblica sicurezza, in sostanza ai mafiosi e ai terroristi; ed è giusto, perché chi non riconosce l’autorità di uno Stato neppure deve poter esprimere l’indirizzo politico di quello Stato.

III. L’art. 48, ultimo comma, Cost. domani?

Fin qui tutto bene. Ma ciò che tranquillizza oggi potrebbe inquietare domani, soprattutto ove si consideri che la Suprema Corte, con sentenza molto risalente ed altrettanto poco saggia, ha rinvenuto nella “indegnità morale” un concetto metagiuridico che ai fini intepretativi deve essere ricondotto al significato comunemente attribuito alla locuzione in un determinato momento storico (Cass., 1547/1958; Rubechi, 2016).

OBJ107936845_1Detto in altri termini: chi vuole espellere dal corpo elettorale coloro che votano per partiti poco o punto allineati, potrebbe avere la tentazione di forzare – per via normativa – la “morale” corrente, mettendo “fuori legge” il programma di quei partiti e tacciandoli di mancanza di senso etico, di asocialità, di “odio”. In effetti, se “odiare” è moralmente indegno all’interno di una società “inclusiva”, se “restare umani” è un prerequisito per dirsi non soltanto cittadini ma addirittura (per l’appunto) uomini, una disposizione che sanziona di “indegnità morale” coloro che per quei partiti fanno propaganda inizierebbe ad essere pensabile.

Chiedersi se la Commissione Segre (la cui mozione istitutiva è leggibile qui) sia il primo timido passo in questa direzione non mi pare del tutto peregrino. Certamente ci vorranno provvedimenti ulteriori, volti a comprendere i “discorsi di odio” fra le fattispecie penalmente rilevanti; certamente la Costituzione ha anticorpi importanti contro derive volte all’incriminazione per mere opinioni (in particolare, l’art. 21, Cost., relativo alla libertà di opinione, e l’art. 25, Cost., che sancisce il c.d. “principio di offensività”: Nardi, 2016, n. a Trib. Torino, 19 ottobre 2015 sul noto caso che ha coinvolto Erri De Luca). Ma, insomma, la strada pare tracciata, magari non a partire dalla vecchia distinzione dottrinale fra “pensiero statico” e “pensiero dinamico” (v., criticamente, Fiore, 1972), bensì approfondendo vieppiù il “principio del bilanciamento degli interessi”, spesso utilizzato dalla Corte costituzionale per giustificare la compressione della libertà di espressione a favore di “altri limiti – impliciti – dipendenti dalla necessità di tutelare beni… parimenti garantiti dalla Costituzione” (C. Cost., 30 gennaio 1974, n. 20; Pelissero, 2015; Alesiani, 2006).

Nella mozione si mescolano, forse strumentalmente, “parole, atti, gesti e comportamenti offensivi e di disprezzo di persone o di gruppi [che] assumono la forma di un incitamento all’odio, in particolare verso le minoranze“, cioè fattispecie già penalmente rilevanti, e mere manifestazioni del pensiero che (secondo la stessa mozione) “non sempre sono perseguibili sul piano penale” ma “comunque costituirebbero un pericolo per la democrazia e la convivenza civile“. Si fa riferimento alla “raccomandazione n. (97) 20 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa del 30 ottobre 1997“, in cui “il termine [hate speech] copre tutte le forme di incitamento o giustificazione dell’odio razziale, xenofobia, antisemitismo, antislamismo, antigitanismo, discriminazione verso minoranze [ivi comprese quelle GLBT, N.d.R.] e immigrati sorrette da etnocentrismo o nazionalismo aggressivo“. Si istituisce una Commissione che ha, fra l’altro, compiti di “iniziativa [anche mediante l’elaborazione o l’attuazione di proposte legislative] per l’indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base di alcune caratteristiche quali l’etnia, la religione, la provenienza, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o di altre particolari condizioni fisiche o psichiche“, nonché – ci mancherebbe altro! – possibilità di “formulare osservazioni e proposte sugli effetti, sui limiti e sull’eventuale necessità di adeguamento della legislazione vigente al fine di assicurarne la rispondenza alla normativa dell’Unione europea e ai diritti previsti dalle convenzioni internazionali in materia di prevenzione e di lotta contro ogni forma di odio, intolleranza, razzismo e antisemitismo“.

Ad ogni modo, in attesa di sviluppi normativi, si inizia con forme soft di censura: “la Commissione può segnalare agli organi di stampa ed ai gestori dei siti internet casi di fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base di alcune caratteristiche, quali l’etnia, la religione, la provenienza, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o di altre particolari condizioni fisiche o psichiche, richiedendo la rimozione dal web dei relativi contenuti ovvero la loro deindicizzazione dai motori di ricerca“.

IV. L’allargamento del corpo elettorale

Ma le élite transnazionali che hanno a cuore la conservazione dello status quo non intendono modificare il corpo elettorale solo per sottrazione (degli “odiatori”, così come dei “vecchi”) ma anche per addizione di nuovi gruppi. Considerando che il corpo elettorale si distingue, di fatto, dal popolo per due requisiti – capacità di agire e cittadinanza (Pitruzzella, 1989) – le due direttrici su cui agire sono praticamente obbligate: l’estensione del voto ai minori (ultrasedicenni) e agli stranieri.

Se la prima strada è resa difficile dal collegamento – di cui al primo comma dell’art. 48, Cost. – fra diritto di voto attivo e maggiore età, la seconda potrebbe essere meno impervia di quanto si creda (e senza necessariamente passare per provvedimento di estensione della cittadinanza, tipo ius soli o ius culturae). In effetti, nonostante la posizione contraria della dottrina dominante (Romboli, 1991; Lanchester, 1993; Chiara, 2004; Giupponi, 2004), “una parte significativa della dottrina ha tentato di superare l’approccio legato al tenore testuale delle disposizioni…” ritenendo che “il solo diritto costituzionalmente tutelato sia quello riconosciuto ai cittadini“, ma che, comunque, “nulla vieti che la legge, atto principale attraverso cui la sovranità popolaresi esprime, possa estendere il concetto di comunità politica” con un semplice intervento di fonte primaria (cioè la legge elettorale: così Rubechi , 2016, che rimanda a Luciani, 1992; Melica, 1996; Pace, 2003).

La Corte Costituzionale – che peraltro ha una tradizione in tema di ampliamento delle garanzie per i cittadini anche agli stranieri (C. Cost. 26 giugno 1969, n. 104; C. Cost. 18 luglio 1986, n. 199; Sicardi, 1996) – non si è ancora pronunciata sulla questione, ma lo spiraglio lasciato aperto con le sentenze n. 372 e n. 379 del 2004 relativamente ai referendum regionali (commenti qui; v. anche Morrone, 2005) non lasciano del tutto tranquilli sugli sviluppi futuri (da questo punto di vista, pare più “conservatrice” la Corte di Giustizia UE: Pancallo, 2017). Ammesso che già questo non sia un pensiero d’odio.

 

Alesiani (2006), I reati di opinione – una rilettura in chiave costituzionale, Milano, 2006.

Bruno (1981)Il problema del governo alla Costituente: il contributo di Egidio Tosato, in Il Politico, 46, 1/2, marzo-giugno 1981, 127 ss.

Chiara (2004)Titolarità del voto e fondamenti costituzionali di libertà e uguaglianza, Milano, 2004.

Crisafulli (1985)La sovranità popolare nella Costituzione italiana (note preliminari), in Id., Stato popolo governo, Milano, 1985.

Ferrari (1965), Elezioni (teoria generale), in Enciclopedia del diritto, XIV, Milano, 1965

Fiore (1972)I reati di opinione, Padova, 1972.

Furlan (2008)Articolo 48, in Bartole-Bin, Commentario breve alla Costituzione, Padova, 2008, 484 ss.

Giupponi (2004)Il diritto di voto agli stranieri extracomunitari, profili problematici, in Vignudelli (a cura di), Istituzioni e dinamiche del diritto – multiculturalismo, comunicazione, federalismo, Torino, 2004, 107 ss..

Lanchester (1993)Voto: diritto di (dir.pubbl.), in Enciclopedia del diritto, XLVI, Milano, 1993, 1116 ss.

Luciani (1992)Cittadini e stranieri come titolari dei diritti fondamentali. L’esperienza italiana, in Rivista critica di diritto privato, 2, 1992.

Martines (1984)Articoli 56-58, in Branca, Commentario alla Costituzione, Bologna-Roma, 1984.

Melica (1996)Lo stranieri extracomunitario. Valori costituzionali e identità culturali, Torino, 1996.

Morrone (2005), Il Diritto Regionale nella giurisprudenza e nelle fonti, Padova, 2005.

Mortati (1975)Principi fondamentali: art. 1, in Branca, Commentario alla Costituzione, I, Artt. 1-12: principi fondamentali, Bologna-Roma, 1975.

Nardi (2016), Quando “la parola contraria” è ritenuta penalmente irrilevante, in Dir. Pen. e Processo, 2016, 9, 1217 (nota a sentenza).

Olivetti (2006)Articolo 1, in Bifulco-Celotto-Olivetti, Commentario alla Costituzione, Torino, 2006.

Pace (2003)Problematica delle libertà costituzionali: parte generale, Padova. 2003.

Pancallo (2017), οι βάρβαροι: uguaglianza, dignità e tutela della persona?, in Nuova Giur. Civ., 2017, 10, 1416 ss..

Pelissero (2015), La parola pericolosa. Il confine incerto del controllo penale del dissenso, in Questione giustizia, 4/2015, 37 ss..

Preti (1957)Diritto elettorale politico, Milano, 1957.

Romboli (1991)Popolo, in Enciclopedia giuridica, XXIII, Roma, 1991.

Rubechi (2016)Il diritto di voto – profili costituzionali e prospettive evolutive, Torino, 2016.

Salerno (1990)Articolo 56, in Crisafulli-Paladin, Commentario breve alla Costituzione, Padova, 1990, 363 ss.

Sicardi (1996), L’immigrato e la Costituzione. Note sulla dottrina e sulla giurisprudenza costituzionale, in Giur. It., 1996, 10 ss..

Trucco (2011)Democrazie elettorali e stato costituzionale, Torino, 2011.

Pubblicato da

LUCA FANTUZZI

Sono nato poco più di quarant'anni fa a Siena, dove lavoro per un importante ente non profit. Mia moglie e due splendidi bambini allietano il mio presente e mi fanno temere per il loro futuro

1 commento su “Poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo”

  1. Da quasi anziano, non credo nella costituzione,e non credo nelle istituzioni che la rappresentano, Poi mi ritengo fortunato perché mi poteva capitare di nascere durante il fascismo, o altro periodo e sarebbe stato peggio.
    Una costituzione non si misura da quello che c’è scritto, ma da quanto è realmente applicata. Nei tribunali c’è scritto- la legge e uguale per tutti- e non dico altro.
    Comunque bell’articolo complimenti.

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