La Corte Costituzionale che si fa legislatore: il caso Cappato (di Valerio Donato)

Pubblico con estremo piacere un intervento di Valerio Donato, avvocato piemontese che ha più volte collaborato a questo blog, sulla sentenza della Corte Costituzionale in materia di suicidio assistito. Non aggiungo nulla, perché nulla c’è da aggiungere a un testo condivisibile in ogni riga.

La Sentenza della Corte Costituzionale sul caso Cappato, di cui si attendono ancora le motivazioni, non stupisce in quanto era stata annunciata dalla stessa Consulta nell’Ordinanza n. 207/18 (commentata qui).

Si tratta di una inconsueta decisione “additiva di principio / additiva”.

Con sentenza additiva si intende quella pronuncia con la quale si dichiara l’incostituzionalità nella norma censurata “nella parte in cui non prevede qualcosa”. Il Giudice delle leggi, per non creare un vuoto legislativo, si sostituisce, in buona sostanza al legislatore, e riscrive la legge aggiungendo quello che dovrebbe esserci.

Considerato che le leggi sono di esclusiva spettanza del Parlamento, nel tempo la Corte ha sempre fatto un uso prudente di tale tipologia di decisione, ricorrendo piuttosto alle sentenze additive di principio dove la norma censurata rimane in vigore nell’attesa che il legislatore integri la norma con il principio aggiunto dalla Corte stessa.

In questo caso più unico che raro la Corte con l’ordinanza 207 del 16 novembre 2018, pur sottolineando che l’incriminazione dell’aiuto al suicidio non sia incompatibile con la Costituzione, ha statuito che entro certi limiti la condotta non debba essere punibile, ma invece di limitarsi a specificare detti limiti (ovvero di aggiungerli all’art. 580 c.p.) ha demandato al Parlamento di farlo entro il giorno 24 settembre 2019, allorquando ha pronunciato il dispositivo in esame.

In questa sede non ci si vuole soffermare sul merito del decisum che, prendendo a parametro la legge 22 dicembre 2017, n. 219, secondo cui chi è mantenuto in vita da un trattamento di sostegno artificiale ha diritto di terminare passivamente la propria esistenza interrompendo tale trattamento, ne stravolge completamente il precetto, stabilendo che deve essere concesso al medesimo soggetto malato il diritto di porre termine alla propria esistenza anche con l’aiuto fattivo di altri. Si vuole piuttosto analizzare il metodo utilizzato dalla Corte per raggiungere tale risultato.

Anche se la depenalizzazione dell’aiuto al suicidio (limitatamente a quello delle persone giudicate meritevoli di morire secondo i criteri che la Corte preciserà nel riscrivendo art. 580 c.p.) appare sconsigliabile in un’epoca in cui da più parti viene detto che la vita umana può essere antieconomica o, addirittura, dannosa per l’ambiente e in cui si impongono trattamenti sanitari di massa per non ben precisate ragione di salute collettiva, si rileva come il tema sia eticamente divisivo.

Si vuole però stigmatizzare il procedimento utilizzato.

In passato, infatti, le Sentenze additive sono state utilizzate per regolare chiare situazioni di trattamento diseguale di situazioni uguali laddove il Legislatore nello scrivere una norma giusta si è dimenticato di ricomprendervi tutti i casi.

Come esempio significativo si può senz’altro prendere l’articolo 34 del codice di procedura penale, che disciplina i casi di incompatibilità del Giudice, colpito da una miriade di aggiunte fatte negli anni dalla Corte Costituzionale per ricomprendervi tutti i casi che il legislatore non era riuscito a contemplare.

Pacificamente si è sempre ritenuto che la Corte Costituzionale nel manipolare disposizioni di legge debba attenersi strettamente alla Costituzione facendole dire quello che già dice operando cioè “a rime obbligate” (Crisafulli). Quando ciò non è possibile, come già detto sopra, si impone una sentenza additiva di principio dove la Corte si limita ad enunciare quello legge dovrebbe dire senza però manipolarla.

Nella specie, invero, la stessa Corte ha riconosciuto che “i delicati bilanciamenti ora indicati restano affidati, in linea di principio, al Parlamento, il compito naturale di questa Corte essendo quello di verificare la compatibilità di scelte già compiute dal legislatore, nell’esercizio della propria discrezionalità politica, con i limiti dettati dalle esigenze di rispetto dei principi costituzionali e dei diritti fondamentali delle persone coinvolti”. Tuttavia ha ritenuto “di dover provvedere in diverso modo, facendo leva sui propri poteri di gestione del processo costituzionale: ossia di disporre il rinvio del giudizio in corso, fissando una nuova discussione delle questioni di legittimità costituzionale all’udienza del 24 settembre 2019, in esito alla quale potrà essere valutata l’eventuale sopravvenienza di una legge che regoli la materia in conformità alle segnalate esigenze di tutela”.

Stravagante poi appare il richiamo a due precedenti esteri delle Corti Supreme di Canada (Paese con costituzione aperta e non rigida come quella italiana) e Regno Unito (che non ha nemmeno una costituzione scritta).

In sostanza, per contro, la Corte pur enunciando il principio mancante e demandando al legislatore di provvedere ha imposto un abnorme limite di tempo, con precisa scadenza temporale, sospendendo il giudizio e poi provvedendovi direttamente. Sennonché tale potere non è previsto da alcuna norma costituzionale e la procedura seguita appare, pertanto, non corretta in quanto, come espressamente riconosciuto dalla stessa Corte e come evidenziato sopra, invade la sfera legislativa.

Pubblicato da

LUCA FANTUZZI

Sono nato poco più di quarant'anni fa a Siena, dove lavoro per un importante ente non profit. Mia moglie e due splendidi bambini allietano il mio presente e mi fanno temere per il loro futuro

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