Il Pedante – P.P. Dal Monte “Immunità di legge” (Quasi una recensione)

vaccini_fronte_high-703x1024Ho letto il libro “Immunità di legge” (Imprimatur editore, pag. 208, € 16,00), magistralmente scritto da Il Pedante a da Pier Paolo Dal Monte, e l’ho condiviso al 100%, ritrovandomi completamente nelle tesi esposte. Io, che ho fatto vaccinare i miei due bambini secondo gli standard torquemadeschi della Regione Toscana e che mi sono sottoposto in prima persona alla vaccinazione anti-meningococco C. Già queste poche righe basterebbero a dare ragione di una delle tesi fondamentali della prima parte del saggio, che si appunta in primo luogo sulle tecniche  propagandistiche di chi – per interesse, o solo per pigrizia intellettuale – favorisce una narrazione favolistica avente ad oggetto “i vaccini” (non questo o quel vaccino, con le sue peculiarità di medicinale), “la scienza” (che poi è invece scientismo), i “vaccinisti” e i “no-vax”, sostituendo simboli vacui (i “totem e tabù” della prima parte del volume) a posizioni critiche concrete e, in ultima analisi, contrapponendo stereotipi a un dialogo aperto e ragionato (questo sì, “scientifico”). Questo procedimento, d’altronde, non è fine a se stesso (o alla vendita di qualche copia in più dell’instant book del virologo à la page di turno), anzi permette non soltanto di sostituire la calunnia al confronto, ma anche di assorbire le diverse posizioni politiche ed etiche connesse ai vari obblighi vaccinali (non: ai “vaccini”) entro un cliché grottesco che, come tale, non può neppure essere oggetto di discussione.

Non solo: il Pedante è attento a distinguere “i vaccini” dall’atto della loro somministrazione, cioè “la vaccinazione”, che a sua volta è cosa ancora diversa rispetto alle “politiche vaccinali”, mostrando come sollevare dubbi su uno qualsiasi di questi livelli implichi il medesimo stigma sociale di c.d. “anti-vax” (questa distinzione ci sarà molto utile in seguito). Ora, se negare l’utilità di una intera classe farmacologica è assurdo, al contrario non lo è domandarsi, per esempio, se fosse ragionevole introdurre l’obbligatorietà di cinque nuovi vaccini basando su una emergenza relativa a una sola malattia (il morbillo), le cui epidemie – per di più – paiono piuttosto decorrelate dalla percentuale di copertura della popolazione.

Sulla stessa linea d’onda si pone la seconda parte del saggio, scritta da Pier Paolo Dal Monte, che inizia evidenziando come anche “la scienza” funzioni “come tanti altri strumenti di governo impliciti: limitando i confini della realtà, per ciò stesso, mantiene il pensiero all’interno del recinto della Weltanschauung dominante… Si tratta del corrispettivo gnoseologico di ciò che è il vincolo esterno… in politica, nel quale si ipostatizzano obbligo politico-economici imprescindibili, determinati da un orientamento economico che, per vari motivi, si è deciso di adottare, e che viene gabellato da esperti di regime come lex naturalis…” (non a caso Burioni appoggia Calenda che appoggia Cottarelli che appoggia Burioni, in una specie di girotondo autoalimentantesi).

Partendo da questo assunto il testo smonta, questa volta da punto di vista strettamente medico, le ricostruzioni idilliache dei media, mostrando che “i vaccini sono farmaci, anche se di tipo particolare…” e come tutti i farmaci hanno “determinate probabilità (o indeterminate possibilità) di insorgenza di effetti indesiderati di vario tipo, a breve, medio e lungo termine” (pag. 174). Le certezze dei Burioni a piede libero, ovviamente, tendono a vacillare.

In effetti, a queste petizioni di principio si deve opporre, ancora prima dello scienziato, il giurista, se solo consideri il tenore dell’art. 1, c. 1, L. n. 210 del 1992 (Ponzanelli-Busato, 1992), che riconosce il diritto all’indennizzo in capo a chi sia stato sottoposto “a vaccinazione obbligatoria per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria italiana, da cui sia causalmente derivata una menomazione permanente dell’integrità psico-fisica” ovvero abbia subito un “contagio conseguente a contatto con persona vaccinata”, o ancora abbia ricevuto un danno in quanto abbia acceduto, “per motivi di lavoro o per incarico del proprio ufficio…, a vaccinazioni che, pur non… obbligatorie, risultino necessarie” (in particolare, i medici).

La stessa Corte Costituzionale è intervenuta ripetutamente sulla materia, con le sent. n. 27 del 1998 (Caranta, 1998) e n. 423 del 2000, con le quali è stato esteso il diritto all’indennizzo a quanti si fossero sottoposti a vaccinazione antipolio o contro l’epatite B nel periodo antecedente a quello in cui tali vaccinazioni, pur se già raccomandate, erano divenute obbligatorie, poi con la sent. n. 107 del 2012, che ha ugualmente ampliato i beneficiari dell’indennizzo con riferimento ai “soggetti che abbiano subito lesioni e/o infermità, da cui siano derivati danni irreversibili all’integrità psico-fisica, per essersi sottoposti a vaccinazione… raccomandata, contro il morbillo, la rosolia e la parotite” (nel caso di specie, una “minore” era stata vaccinata con il Morupar © – ritirato dal commercio immediatamente dopo il fatto – ed aveva riportato “una necrolisi epidermica tossica con trombosi venosa della femorale iliaca sinistra, con postumi” quali “esiti di intervento di drenaggio di ascesso in fossa iliaca – regione inguinale sinistra in quadro di infezione delle pelvi con linfadenite reattiva secondaria ad artrite settica con persistenza di ostruzione della vena femorale comune ed iliaca, estrinsecantesi con edema dell’arto inferiore sinistro rispetto al controlaterale destro con plus di cm. 2 alla coscia…”), infine con la sent. n. 268 del 2017 (tratta il caso di un pensionato sessantaduenne cui, in seguito alla somministrazione di vaccino Vaxigrip ©, è stata diagnosticata c.d. la “sindrome di Parsonage Turner”), di cui si parlerà diffusamente in seguito.

Ma se riflettere sull’amplissima giurisprudenza (di merito, di legittimità ed addirittura costituzionale) che attiene a casi come quelli sopra descritti ci mostra l’inconsistenza di quadri totalmente idilliaci in materia vaccinale, come d’altronde in qualsiasi altra materia che abbia relazione con l’esistente (con ciò dando una riprova fattuale delle tesi esposte in “Immunità di legge”), l’analisi delle pronunce sopra ricordate impone – ancora prima di entrare nel cuore del discorso che si vuole portare avanti – un’ulteriore considerazione preliminare. Gli innumerevoli interventi della Corte Costituzionale sopra citati sono tutti rivolti all’obiettivo di allargare le maglie di una norma indennitaria (neanche risarcitoria!) che pare scritta dal legislatore controvoglia: il motivo appare lampante, connesso com’è “alle [conseguenti] implicazioni di ordine economico gravanti sul bilancio dello Stato” (Comandè, 1996; Comandè, 1998). Come si ridirà in chiusura, anche su un tema così delicato per la salute individuale e collettiva ecco allungarsi il vincolo esterno del bilancio dello Stato, per di più in un periodo in cui – ancora – l’ideologia dell’austerità a tutti i costi non era ancora imperante come negli anni appena trascorsi (si veda Pallante, 2015 relativamente alla inquietante ordinanza n. 1894 del 2014 del Consiglio di Stato).

Ma fino a qui, siamo sempre alla superficie. Dal punto di vista di quest blog, che indaga il vilipendio della Costituzione da parte di coloro che la avrebbero dovuta difendere, il tema dirimente è come si sia potuti arrivare a una sentenza confermativa del D.L. Lorenzin come quella di inizio 2018. Per andare a fondo nella questione è necessario, paradossalmente, tornare molto più indietro, alla sentenza n. 307 del 1990 (Giardina, 1990; Princigalli, 1990), secondo cui, “la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l’art. 32 Cost. se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato” (su questo importante punto v. Vincenzi Amato, 1976; Panunzio, 1979), “ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacché è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale… Con riferimento [poi] all’ipotesi di ulteriore danno alla salute del soggetto sottoposto al trattamento obbligatorio – ivi compresa la malattia contratta per contagio causato da vaccinazione profilattica – il rilievo costituzionale della salute come interesse della collettività non è da solo sufficiente a giustificare la misura sanitaria…, [posto che esso] non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri. Un corretto bilanciamento fra le due suindicate dimensioni del valore della salute… implica il riconoscimento, per il caso che il rischio si avveri, di una protezione ulteriore a favore del soggetto passivo del trattamento…”.

La sentenza, che pure parte da presupposti corretti, appare all’’interprete giungere a conclusioni sbagliate da più punti di vista. Tralasciando l’intrinseca inadeguatezza del metodo dell’indennizzo rispetto alla questione dei limiti del sacrificio individuale a favore dell’interesse comune, la Corte, probabilmente per la pericolosità delle malattie oggetto dell’obbligo vaccinale all’epoca, non si interroga sul rapporto fra la (ancorché assai raramente) possibile gravità dell’eventuale danno subito dal singolo (il “rischio specifico”) e la argomentabile tenuità del c.d. “interesse alla salute della comunità”, né collega questo necessario bilanciamento di valori alla alternatività fra due possibili strategie legislative: quella dell’“obbligo” e quella della “persuasione”. Nella già citata pronuncia n. 268 del 2017, di contro, questo profilo viene in evidenza, ancorché sempre e soltanto nell’ottica del diritto all’indennizzo: “ferma la differente impostazione delle due tecniche ora in discussione…, quel che tuttavia rileva, per la decisione delle questioni di legittimità costituzionale in esame [diritto all’indennizzo in caso di danno da vaccino raccomandato ma non obbligatorio], è l’obiettivo essenziale che entrambe perseguono nella profilassi delle malattie infettive: ossia il comune scopo di garantire e tutelare la salute (anche) collettiva attraverso il raggiungimento della massima copertura vaccinale”. Con una differenza fra però permane: l’obbligatorietà dovrebbe imporsi come strumento (necessitato) di tutela della salute pubblica soltanto ove sussistano “particolari condizioni sanitarie della popolazione di riferimento”, condizioni che dovrebbero essere opportunamente accertate dalle autorità preposte (così Nespor, 1990) e, ad avviso di chi scrive, vagliate con penetrante sindacato giurisdizionale. La raccomandazione invece, “per dirla con le parole della decisione che qui commenta, «esprime maggiore attenzione all’autodeterminazione individuale»: questo perché l’elemento soggettivo, che nella vaccinazione obbligatoria è integralmente sacrificato a favore dell’istanza pubblicistica, è qui abilitato a ottenere maggiore considerazione, in virtù della minore gravità e problematicità della patologia cui è diretto il trattamento” (Cappello, 2018; ma cfr. anche Manfredi, 2004; Morana, 2007).

Arriviamo così al primo punto dirimente della questione, che non è scientifica, bensì politica (politica sanitaria) e legislativa: è costituzionalmente giustificato conculcare il diritto all’autodeterminazione della persona umana per adempiere sì a un dovere di solidarietà sociale, ma che – in mancanza di epidemie pediatriche, rischi specifici, malattie particolarmente aggressive e pericolose – non pare del tutto necessitato, quanto meno rispetto ad alcuni dei vaccini in questione? (Il che, fra l’altro, mostra come la questione qui attenga più all’art. 2, Cost., che all’art. 32, c. 2, Cost., salvo per quanto attiene il profilo del rispetto della persona umana: Piciocchi, 2006; Simocini-Longo, 2006). Tanto più che – se  l’inadempimento agli obblighi vaccinali produceva, nel sistema del D.P.R. n. 1518/1967, una serie di sanzioni “indirette”, tra cui il divieto di ammissione alla scuola dell’obbligo degli alunni non vaccinati – “questo apparato sanzionatorio è però concretamente venuto meno negli ultimi due decenni: pur nella persistente vigenza dell’obbligatorietà delle quattro vaccinazioni… sono infatti emerse tendenze normative e prassi amministrative che paiono intese a tutelare maggiormente la libera determinazione dei cittadini in materia. Ne è espressione in particolare il D.P.R. n. 355/1999… che ha cancellato il divieto di ammissione alla scuola dell’obbligo degli alunni non vaccinati. Addirittura, il Piano Nazionale per le Vaccinazioni 1997-2000 ha iniziato a prendere in considerazione expressis verbis – pur non attuandolo – il «superamento dell’obbligo vaccinale»” (Manfredi, 2017).

La risposta al quesito della sentenza n. 20/2017 il T.A.R. Friuli-Venezia Giulia (che non è poi così diversa da quella della Corte Costituzionale dell’anno successivo) è aberrante.

Secondo il Giudice Amministrativo (non consta la sentenza del Consiglio di Stato) i ricorrenti, “difendendo la scelta di non vaccinare i figli, si rifanno ad un principio di precauzione, cioè alla probabilità che la vaccinazione provochi più danni di quelli eventualmente possibili in caso di contagio”, ma con ciò hanno omesso di considerare “che lo stesso principio di precauzione e di prevenzione vale in senso opposto, nel rendere obbligatorie le vaccinazioni e nell’estendere la copertura della popolazione vaccinata”, perché “proprio i principi invocati dai ricorrenti non possono limitarsi ad un’applicazione parcellizzata e individualizzata, ma devono essere estesi all’intera collettività, con la differenza che per definizione l’interesse pubblico deve prevalere su quello dei singoli”. Infatti, secondo il Tribunale “la situazione oggettiva [è] mutata negli ultimissimi anni, per la diminuzione della copertura vaccinale dei bambini e per l’esposizione al contatto con soggetti extracomunitari provenienti da Paesi in cui anche malattie debellate in Europa sono ancora presenti, tra cui quelle oggetto delle quattro vaccinazioni obbligatorie. Il cambiamento del contesto ha comportato anche un mutamento della sensibilità degli operatori pubblici nella sanità e degli enti preposti, tra cui nel caso il Comune, ovviamente attento alla salute dei propri cittadini, in una materia in cui la razionalità scientifica e il pubblico interesse devono prevalere su facili suggestioni ed epidermiche emotività, pur nel pieno rispetto della libertà di ognuno”. Ancora: il principio dio precauzione “opera nei casi in cui l’osservazione scientifica ha rilevato (o ipotizzato sulla base di analogie con altre leggi scientifiche) una successione costante di accadimenti e ne ha formulato una descrizione provvisoria, ma non si dispone di prove per confermare l’ipotesi o per escluderla. A tal punto operano due principi di logica formale: la fallacia ad ignorantiam ed il principio del terzo escluso… Ebbene…, in difetto di evidenze su quale di due [ipotesi] sia esatta o, almeno, preferibile, entrambe… debbono essere considerate contemporaneamente come vere. [Nondimeno] tale ragionamento non funziona quando può essere a parità di condizioni… ribaltato: nel caso in esame infatti esso condurrebbe allo stesso modo a ritenere che la vaccinazione sia suggerita dalla probabilità di contrarre malattie. Anzi, in questa prospettiva, la tutela della salute pubblica, in particolare della comunità in età prescolare, assume un valore dirimente, che prevale sulle prerogative sottese alla responsabilità genitoriale”.

In altri termini: l’obbligo vaccinale non sarebbe imposto da gravi epidemie pediatriche in atto, o da rischi concreti della salute pubblica rispetto a malattie particolarmente aggressive, ma da una supposta emergenza sanitaria connessa alla recente ondata migratoria (ed effettivamente, vista la quantità di sé dicenti “minori non accompagnati”, il rischio che molti abbiano la varicella o gli orecchioni è effettivamente elevato) e dalla propagazione nel pubblico di quelle che il Tribunale bolla come emotive “post-verità”, che avrebbero comportato una calo, a partire dal secondo decennio del secolo, delle percentuali di vaccinazioni (ci ritorneremo).

In questa situazione (che è quella oleografica di una lotta fra “la scienza” e “la superstizione”, tipica dei fumetti da bambini e dei libri di Burioni, così ben tratteggiata in “Immunità di legge”), per il TAR anche il principio di precauzione andrebbe trattato con minore rigidezza. In effetti, tale principio è stato talora interpretato come un’espressione di sfiducia nei confronti della scienza, ritenuta incapace di fornire certezze che possano tranquillizzare l’opinione pubblica sulle ricadute di questo o di quel fenomeno (Allena, 2016) e, pertanto, visto con diffidenza specialmente nel mondo anglosassone (Sunstein, 2010); al contrario, si connota piuttosto per la sua intrinseca scientificità, dato che in definitiva risulta perfettamente coerente con lo stato di perenne evoluzione in cui versa il pensiero scientifico (eccoci di nuovo in “Immunità di legge”, pagg. 64 ss.). Il che però non vuol dire che ogni e qualsivoglia opinione, che enunci anche solo la mera possibilità della lesività di un determinato fenomeno, debba o possa avere ascolto. Ecco intervenire, come al solito, l’ordinamento comunitario (cui, dopo la riforma del 2005 sotto il governo Berlusconi, rimanda espressamente l’art. 1, c. 1, L. n. 241 del 1990): la comunicazione interpretativa della Commissione europea del 2 febbraio 2000 ha chiarito che una situazione di incertezza scientifica sugli “effetti potenzialmente negativi derivanti da un fenomeno, da un prodotto o da un procedimento”, che impone alle istituzioni di intervenire in via precauzionale, si verifica solo a fronte di divisioni interne alla comunità scientifica, quando la tesi della pericolosità di detti effetti sia sostenuta anche “solo da una frazione minoritaria della comunità”, ma “purché la credibilità e la reputazione di tale frazione siano riconosciute” (Manfredi, 2004). Non vi è chi non veda l’utilità della “caccia alle streghe” scatenata in ambito medico nei confronti di coloro che hanno avanzato qualsivoglia dubbio in merito alle politiche vaccinali imposte dalla Lorenzin.

Arriviamo così alla sentenza della Corte Cost. n. 5 del 2018, ennesima occasione persa dalla Corte per ripensare una giurisprudenza oggettivamente farraginosa: intanto, laddove i Giudici ritengono di non entrare in profondità sulla questione della fondatezza dei motivi di necessità e urgenza del D.L. Lorenzin, rinvenuti nel calo delle coperture vaccinali in Italia, soprattutto in relazione al morbillo, denunciata dall’OMS (tema su cui anche il Presidente della Repubblica, così attento quando esamina i D.L. ispirati da Salvini, non risulta abbia fatto neppure un plissé); poi, quando si esprime l’idea che il Piano nazionale prevenzione vaccinale (PNPV), approvato in Conferenza Stato-Regioni, non possa di per sé essere revocato in dubbio nelle sue asserzioni (il rilievo secondo cui “è opinabile il rilievo [della Regione Veneto, N.d.R.] secondo cui la soglia del 95% dovrebbe considerarsi ottimale e non critica: una tale distinzione non sembra avere riscontro in alcuno degli atti di indirizzo delle competenti istituzioni nazionali e internazionali; anzi, in almeno un’occasione e in riferimento alla «copertura vaccinale per morbillo-parotite-rosolia», il PNPV 2017-2019 definisce il 95% «soglia critica necessaria a bloccare la circolazione del virus e, quindi, a raggiungere l’obiettivo di eliminazione previsto per il 2015 nella regione Europea dell’OMS»”; “per quanto poi riguarda l’epidemia di morbillo dell’anno 2017, il fatto che essa colpisca specialmente una certa fascia (adulta) della popolazione non contraddice l’opportunità di incrementare la profilassi nella popolazione in età evolutiva, sia per la protezione di quest’ultima, sia per invertire la tendenza al calo delle coperture”).

Ma, soprattutto, è l’ennesima occasione persa dalla Corte per non appiattirsi sulla propria precedente giurisprudenza (obbligo come dovere di solidarietà nei confronti della salute pubblica, basso rischio per la salute dei singoli, indennizzo), utilizzata nel caso di specie per giustificare lo strumento dell’obbligo normativo non per i suoi obiettivi immediati, ma in quanto portatore di una valenza pedagogica nei confronti del riottoso popolo italiano: “negli anni più recenti, si è assistito a una flessione preoccupante delle coperture, alimentata anche dal diffondersi della convinzione che le vaccinazioni siano inutili, se non addirittura nocive: convinzione, si noti, mai suffragata da evidenze scientifiche, le quali invece depongono in senso opposto. In proposito, è bene sottolineare che i vaccini, al pari di ogni altro farmaco, sono sottoposti al vigente sistema di farmacovigilanza che fa capo principalmente all’Autorità italiana per il farmaco (AIFA)”.

Non si spiegherebbe, altrimenti, tutto ciò che nella sentenza, palesemente manca nonostante motivazioni di ben 48 pagine, e cioè la valutazione: sulla effettiva capacità di induzione della memoria immunitaria dei singoli vaccini; sulle diverse soglie di copertura che – per ciascuna malattia – garantiscono la c.d. “immunità di gregge”; sulla potenziale pericolosità non del singolo vaccino in sé, ma del fittissimo catalogo vaccinale imposto dalla legge; sulla credibilità scientifica di una legge che – in sede di trattativa parlamentare – diminuisce di due il numero dei vaccini obbligatori; in sostanza, sulla fondatezza di un sistema che incide profondamente nella materia più delicata relativa alla autodeterminazione personale, senza che vi sia una indubitabile ragione medico-sanitaria, o un pericolo imminente; infine, e soprattutto, sulla ragionevolezza del divieto di accesso alla scuola dell’infanzia da parte dei bambini non vaccinati. Tutti temi posti all’ordine del giorno, come si è detto, da “Immunità di legge“, che consigliamo di nuovo a tutti, ma soprattutto a Marta Cartabia (giudice costituzionale estensore della sentenza in esame, nota per il suo viscerale amore, sin dalla tesi di laurea, per l’UE). Anzi, a Marta Cartabia – tra una sentenza e l’altra – consigliamo anche di seguire gli account del Pedante e di Pier Paolo Dal Monte.

Proprio questa idea del Pedante (cioè che vi siano libertà civili funzionali, o funzionalizzate a garantire le esigenze di controllo di coloro che li propagandano e li tutelano) potrebbe spiegare il palese contrasto fra questa giurisprudenza e: (i) le tutele poste dalla legge a garanzia di coloro che sono soggetti a TSO (cfr. L. n. 180 del 1978 e L. n. 833 del 1978); (ii) l’attenzione dimostrata per il diritto individuale alla salute (lato sensu inteso) in altri casi dalla Corte (da ultimo per quanto attiene la vicenda del c.d. “fine vita”). Viene allora da chiedersi se tutta la materia del contendere non si riduca a questo: l’esproprio dei corpi degli adulti e delle menti dei fanciulli, al fine di creare – anche in campo sanitario – una pletora di soggetti standardizzati, conformati alle esigenze del pareggio di bilancio (i vaccini costano meno dei letti d’ospedale) e della deflazione salariale (i genitori dei bambini vaccinati non prenderanno permessi per curare piccoli con la pertosse).

E se anche non fosse vero, se anche non fosse così, se i terribili conflitti di interessi che si celano dietro la ricerca vaccinale non comportassero alcuna deviazione dalla retta coscienza scientifica dei medici, si impone – per dirla ancora con Il Pedante (pag. 98) – che le leggi siano concepite perché certe aberrazioni non solo non succedano in pratica, ma non possano neppure succedere in teoria.

Ulteriore bibliografia.

Allena (2016), La giuridificazione del principio di precauzione: tutela anticipata v. legalità-prevedibilità dell’azione amministrativa, in Marchetti-Renna (a cura di), La giuridificazione, Firenze, 2016, 35 ss..

Cappello (2018), La somministrazione pregiudizievole del vaccino antinfluenzale raccomandato, in Nuova Giurisprudenza Civile, 2018, 7-8, 1029.

Calabresi-Bobbit (2006), Scelte tragiche, Milano, 2006.

Caranta (1998), Danni da vaccinazione e responsabilità dello Stato, in Responsabilità civile e previdenziale, 1998, 1352

Chessa (1998), La misura minima essenziale dei diritti sociali: problemi e implicazioni di un difficile bilanciamento, in Giurisprudenza costituzionale, 1998, 1170.

Comandè (1996), Diritto alla salute tra sicurezza sociale e responsabilità civile, in Giurisprudenza costituzionale, 1996, 3209.

Comandè (1998), Il diritto alla salute, la trilogia costituzionale ed i limiti di bilancio: ancora sulla L. n. 210 del 1992 e sulla sua rilevanza sistematica, in Danno e responsabilità, 1998, 429.

Giannini (1939), Il potere discrezionale della pubblica amministrazione, Milano, 1939, ora in Giannini, Scritti, Milano, 2000.

Giardina (1990), Vaccinazione obbligatoria, danno alla salute e responsabilità dello Stato, in Giurisprudenza costituzionale, 1990, 1880.

Manfredi (2004), Note sull’attuazione del principio di precauzione in diritto pubblico, in Diritto pubblico, 2004, 1075 ss..

Manfredi (2017), Vaccinazioni obbligatorie e precauzione, in Giurisprudenza Italiana, 2017, 6, 1418.

Morana (2007), Libertà costituzionali e prestazioni personali imposte, Milano, 2007.

Nespor (1990), Tutela della salute e legittimità dell’imposizione di un trattamento sanitario, in Corriere giuridico, 1990, 1018.

Pallante (2015), Protezione dei soggetti deboli: dall’inderogabilità dei diritti all’inderogabilità dell’equilibrio di bilancio?, in Famiglia e Diritto, 2015, 12, 1133 ss..

Ponzanelli-Busato (1992), Un nuovo intervento di sicurezza sociale: la L. n. 210/1992, in Corriere giuridico, 1992, 952.

Princigalli (1990), Tutela della salute e vaccinazioni a rischio, in Foro italiano, 1990, I, 2694.

Pace (1992), Problematica delle libertà costituzionali, Padova, 1992.

Panunzio (1979), Trattamenti sanitari obbligatori e Costituzione (a proposito della disciplina delle vaccinazioni), in Diritto delle società, 1979, 903 ss..

Piciocchi (2006), La libertà terapeutica come diritto culturale, Padova, 2006.

Simocini-Longo (2006), Art. 32, in Bifulco-Celotto-Olivetti, Commentario alla Costituzione, Torino, 2006, 655 ss.

Sunstein (2010), Il diritto della paura. Oltre il principio di precauzione, Bologna, 2010.

Vincenzi Amato (1976), Art. 32, in Artt. 29-34, Rapporti etico-sociali, in Commentario Branca della Costituzione, Roma, 1976.

Pubblicato da

LUCA FANTUZZI

Sono nato poco più di quarant'anni fa a Siena, dove lavoro per un importante ente non profit. Mia moglie e due splendidi bambini allietano il mio presente e mi fanno temere per il loro futuro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...